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UN PRIMO MAGGIO UNITARIO

GIORGIO BENVENUTO

Il primo maggio di quest’anno vede i tre sindacati CGIL, CISL e UIL uniti.
Celebrano a Venezia anche la ricorrenza delle iniziative che vennero adottate per sconfiggere il terrorismo delle Brigate Rosse.
Accanto a questa decisione si sono aggiunte delle novità interessanti, che si muovono nella direzione di realizzare proposte capaci di favorire iniziative unitarie.
C’è innanzitutto una conferenza comune dei tre segretari generali — Landini, Fumarola e Bombardieri — per tornare a celebrare il 1° maggio a Piazza San Giovanni, a Roma, assieme ai giovani.
Le tre confederazioni hanno anche deciso di chiedere al Governo di discutere e approvare una legge che permetta di contrastare e impedire i falsi contratti “pirata”, che negli ultimi anni proliferano danneggiando i diritti dei lavoratori.
Insomma, è importante che i sindacati riescano a ritrovare le strade dell’unità; le altre strade sono solo vicoli ciechi.
È importante ricordare il passato. La storia del Primo maggio ha più di cent’anni. Non serve la retorica. Occorre affrontare il futuro con coraggio e con passione, forti degli stimoli che ricordano le battaglie e le conquiste del passato.
È importante raccogliere la protesta del mondo del lavoro e degli anziani, trasformandola in precise proposte.
Nella sinistra italiana il confronto su come procedere si è svolto, nel passato, tra massimalismo e riformismo. Oggi, ammainate tutte le bandiere, sarebbe necessario ritrovare almeno riferimenti ideali e comportamenti in grado di agire come coloro che ci hanno preceduto: accettare la sfida del cambiamento.
La sfida è di grande portata: si chiama intelligenza artificiale. È singolare che di essa si abbia sostanzialmente paura e quindi buona parte del riformismo attuale eviti questo problema e non compia alcuno sforzo per dotarsi di una proposta. Ben diverso è l’atteggiamento del fenomeno che ha mutato irreversibilmente il capitalismo nel mondo: i grandi poteri finanziari. Essi in realtà gioiscono della marcia inesorabile dell’intelligenza artificiale in tutti i campi della nostra esistenza. Il motivo è banale: si prospettano periodi di grandi business e chi ha fondi da spendere e non teme controlli sociali di sorta non può che rallegrarsi di questa prospettiva.
Sta avvenendo praticamente la stessa evoluzione che ha colpito l’ambientalismo. Nato con un forte accento anticapitalistico, nel tempo si è visto occupare da lucrosi investimenti di previdenti potentati finanziari che hanno lasciato sempre più agli ambientalisti solo gli slogan.
Eppure il dubbio che l’intelligenza artificiale sia il nuovo campo di battaglia fra il capitalismo finanziario di questo secolo e le forze che dovrebbero sostenere valori come la dignità della persona e del lavoro assieme alla autonomia della politica, si fa sempre più forte fino a sfiorare certezze impensabili fino a poco tempo fa. Non per nulla i primi “pentimenti” sulla potenziale incontrollabilità della intelligenza artificiale si sono espressi in coloro che avevano fatto da mallevadori dal punto di vista scientifico. Si ripete insomma la storia di Einstein e del nucleare con il monito nelle parole del premio Nobel a non trascurare il rischio di un ritorno alla età della pietra. Eppure la cultura dell’umanesimo socialista dice altro: non rifiuta l’ostacolo, non si rifugia in un pauperismo che odia il progresso, non si trincera dietro la scelta di esaurire la sua funzione in una opposizione fine a sé stessa.
Per molti motivi, forse senza accorgersene del tutto come avvenne del resto con la caduta del muro di Berlino, ci troviamo in una stagione storica paragonabile a quella svolta impetuosa e poderosa. Gli equilibri mondiali cambiano nel segno di una multipolarità non priva di rischi, la lotta per l’egemonia mondiale vede la rivoluzione tecnologica al centro della disputa, l’Europa anche per sua responsabilità è sempre più marginale in questa competizione, i potentati finanziari arrogano il diritto non solo di accentrare la ricchezza ma anche distribuire le briciole, le conseguenze del trasferimento di molte produzioni soprattutto in Asia e che hanno determinato ovunque una riduzione dei diritti del lavoro ed un peggioramento delle stesse condizioni salariali. E potremmo continuare. Riemergono i populismi, i provincialismi, logiche da clan, e tutto questo rende impossibile affrontare e risolvere vecchi e nuovi problemi: da noi la sorte del Mezzogiorno, del welfare, della sanità pubblica, della produzione che ci fa essere un Paese sostenuto da una attività manifatturiera purtroppo in declino.
In tale contesto l’avanzata della intelligenza artificiale rivela conseguenze che andrebbero affrontate con tempestività: non solo perché travolgerà lavori fino ad ora compiuti da milioni di addetti con famiglie a carico. Ma anche perché segnerà confini invalicabili in moltissimi settori della vita collettiva fra chi sa e chi non è provvisto sia di adeguate conoscenze che di un modo di ragionare per servirsene.
La formazione ha sinora avuto una sorta singolare: la si invoca, ma non la si rende una proposta indicativa di un modo di pensare, di lottare, di esprimere una visione di società. Si pensa giustamente al salario minimo ma si ignora la fuga di tantissimi giovani (ragazze e ragazzi) in altri paesi; sono diplomati e laureati; il numero è crescente, supera 500.000 persone. Ma così indugiando si rischia di perdere la partita della conoscenza che potrebbe invece diventare uno degli assi portanti di una rigenerazione della sinistra italiana ed anche di un protagonismo sociale quanto mai necessario in un momento storico nel quale la mediocrità delle classi dirigenti reclama un salto di qualità che non può che venire dalle giovani generazioni, forti però della acquisizione della tradizione dell’umanesimo riformista.
La conoscenza non può che essere una nuova frontiera dell’impegno politico e sociale a sinistra. In tal modo si resterebbe anche coerenti con il dettato Costituzionale che all’articolo 3 segnala con chiarezza che lo sforzo di promozione civile e sociale del Paese deve poggiare sul concorso di una intera collettività, proprio per evitare ingiustizie, diseguaglianze, sopraffazioni di potere. La conoscenza del resto non è altro che una delle facce della libertà. Forse la più espressiva, di certo, guardando al passato, ma anche leggendo la fase storica che si sta vivendo e che reclama il ritorno della ricerca di modelli di società in grado di attraversare le difficoltà che si prolungheranno nel tempo.
Accostarsi a questi temi, al problema della intelligenza artificiale, lo si può fare, lo si deve fare, senza considerarla un incubo incombente. Non è la paura che deve guidare le scelte culturali e politiche, ma la consapevolezza che non si deve mai perdere il dominio delle opportunità che vengono offerte dalle scoperte e dall’era tecnologica. Un dominio che non va affidato a potentati o ad autocrazie. Ecco perché rimane necessaria la costruzione di alternative culturali e politiche che sappiano farsi valere, trovando ispirazione soprattutto da un fin troppo dimenticato umanesimo riformista.
L’idea forza del sindacato è il tema dell’eguaglianza. La nuova stagione liberista dell’economia capitalistica ha determinato nuove diseguaglianze che travolgono alcuni dei puntelli decisivi di quella rete complessa di garanzie che in quaranta anni l’azione sindacale aveva costruito. Si tratta di contrapporre una strategia più ampia, in cui programmazione, neocorporativismo, partecipazione si configurino come strumenti necessari connessi ad una nuova attenzione del sindacato intorno ai problemi classici della distribuzione del reddito e della difesa dei presupposti ideali e materiali dello stato di diritto.
Viviamo in una società nella quale le posizioni professionali sui posti di lavoro sono sempre più articolate e spesso contrapposte. Al di fuori della fabbrica i lavoratori sono vulnerabili, indifesi rispetto alla prepotenza e alla arroganza della burocrazia.
Pensiamo alla crisi e al ruolo della finanza, del credito, dell’economia, del mercato. I soggetti politici e sociali sono in difficoltà. Non sono capaci di approfondire i problemi, di conoscerli. La superficialità e il pressappochismo sono imperanti. Non ci sono più luoghi nei quali sia possibile riflettere o realizzare forme di condivisione e di partecipazione. Per il sindacato vi sono solo difficoltà. Viene messo in discussione il suo ruolo di agente contrattuale e di concertazione. Il sindacato non può, non deve ridursi solo ad una “grande macchina” erogatrice di servizi. Deve essere in grado di dare il proprio contributo al paese attraverso nuove modalità comunicative, nuove forme di rappresentanza, nuove proposte di riforma.
Oggi c’è bisogno di una forte iniziativa per evitare l’emarginazione del mondo del lavoro. La globalizzazione e la finanza ci hanno resi tutti più vicini; ma siamo inermi rispetto ai cambiamenti che si sono determinati e si determineranno.
Si deve riprendere l’iniziativa. Si deve investire, si deve proporre. Si devono concentrare le risorse sulla formazione. Si devono riaprire le scuole sindacali. Va riconquistato un rapporto con la scuola e con l’università.
Le riforme sono complesse e richiedono un grande apporto di idee e di proposte. Ci si deve rivolgere al mondo del volontariato, al terzo settore, alla cooperazione. Insomma il sindacato deve abbandonare la strategia della paura e gestire con coraggio il confronto sul lavoro per i giovani per costruire il futuro.
Il sindacato è chiamato a nuove sfide. Non può assistere passivamente a quello che avviene. Deve essere parte attiva di cambiamenti che abbiano sempre al centro la dignità delle persone, dei lavoratori. Deve tornare a praticare almeno l’unità di azione e deve essere creativo, estroso, coraggioso, fantasioso, deciso.
Le sfide, nella crisi globale, sono ardue. Per difendere il lavoro occorre valorizzarlo attraverso un grande progetto nel quale il tema della conoscenza deve tornare ad essere prioritario. Ma per dare forza a questo progetto, lo ripeto, occorre ripercorrere con pazienza e lungimiranza la strada dell’unità.