Il Fondo

Una nuova California in Palestina: parola di Trump

L’idea di offrire ai palestinesi un futuro nel settore turistico-balneare non è del tutto priva di fondamento, ma non a condizione di spostare nuovamente le persone come fossero pacchi postali…mi parrebbe farsesco! Certo, si tratta di un progetto alla Trump, con numeri elevati e un pragmatismo tipico di chi è abituato a gestire risorse enormi. Cosa rappresenta, infatti, per gli Stati Uniti l’idea di affittare terreni, ospitare due milioni di persone in aree attrezzate per un paio d’anni, per poi trasferirle in città costiere pronte ad accogliere turisti da tutto il mondo? In fondo, quando gli americani arrivarono in Europa per liberarci dal nazifascismo, lo fecero con grandi progetti, numeri impressionanti e risorse economiche colossali. Non vedo contrarietà se portassero davvero un angolo di California sulla costa mediterranea della Palestina. Alcuni potrebbero obiettare che tra le due culture c’è un profondo odio, e che molti palestinesi vedono gli americani come il toro la muleta, ma la realtà è che il popolo palestinese non può continuare a vivere di violenza e di aiuti per sempre. Accidenti, il mondo è cambiato, e per sopravvivere è necessaria una trasformazione delle mentalità. Le sparatorie e il grido di “Allah Akbar”, come il vecchio West, sono ormai storia, oggetti da museo. Tuttavia, l’errore che Trump ha commesso è stato nel tempismo e nei modi: presentare questa proposta con Netanyahu, che ha recentemente causato la morte di migliaia di bambini a Gaza, rischia di scatenare forti resistenze. Se fossi palestinese, anche io rifiuterei l’offerta, considerando il contesto di sofferenza e di ingiustizia. La proposta potrebbe essere valida, ma è stata mal formulata e lanciata in un momento inopportuno. Per il popolo palestinese, la morte è un rito che si prolunga nel tempo, e il dolore non si supera in un giorno. Se davvero si vuole spezzare la spirale dell’odio bisogna agire con pazienza e fare investimenti a lungo termine. Prima ancora che con il denaro, è necessario restituire a quel popolo la dignità, lasciando al tempo il compito di rimarginare le ferite. Israele da parte sua deve riconoscere la sproporzione della vendetta rispetto all’offesa ricevuta il 7 ottobre 2023. Come? Licenziando Netanyahu, invece di accoglierlo in America come un campione, quando è stato lui la causa della morte di decine di migliaia di bambini. Se l’Occidente dimentica queste atrocità e cerca di “colonizzare” terre che appartenevano a quei bambini uccisi, l’odio non farà che persistere. Se Trump e l’Occidente desiderano davvero portare benessere ai palestinesi e agli ucraini, l’unica strada è consigliare loro urgenti e libere elezioni, sperando che emerga una nuova classe dirigente. Solo così si potrà pensare ad una “piccola California” lungo la costa palestinese, ma aiutando quel popolo a costruirla da solo, senza ospitarlo altrove in attesa di farlo tornare. Gli americani saranno anche dei giganti buoni, e Trump un grande imprenditore edile, oltre che un buon presidente, ma la sua proposta rischia di essere mal interpretata. Forse sarebbe meglio aspettare la fine del suo mandato, e poi, con il permesso di Abu Mazen, se ci sarà ancora lui, costruire una copia di Palm Beach nel Mediterraneo. In attesa, dallo Studio Ovale, dovrebbe impegnarsi a sollevare quel popolo dalla miseria in cui lo ha ridotto Israele, che ha letteralmente raso al suolo la città di Gaza. Una distruzione così sistemica non si era mai vista, nemmeno durante la Seconda Guerra Mondiale. Ora per compensare quel disastro costruire alcuni villaggi turistici e spostare di nuovo quelle persone, che prima erano state evacuate e poi fatte tronare, mi sembra farsesco…io mi arrabbierei!