Secondo le nuove direttive emerse dalla riunione della NATO, i Paesi membri si sono impegnati a portare gli investimenti in armamenti al 5% del proprio prodotto interno lordo entro il 2035. Per l’Italia, ciò significherebbe destinare circa 90 miliardi di euro annui alla difesa, in un quadro generale di esaltazione della potenza militare che ha visto, durante il vertice, perfino manifestazioni di entusiasmo nei confronti di Donald Trump, considerato da alcuni come figura carismatica e simbolo dell’alleanza. A rafforzare questo clima, il recente attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, definito da alcuni analisti una “seconda guerra lampo”, che avrebbe inflitto danni significativi ad un avversario che, a parte le dichiarazioni ostili, sembrava mantenere una posizione statica. Tuttavia, se si escludono i Paesi NATO, che rappresentano circa la metà del mondo, resta da chiedersi contro chi si stia realmente pianificando di combattere. A fronte di una simile spesa, che inevitabilmente implicherà tagli ai servizi pubblici e ai beni essenziali, si fatica a intravedere una giustificazione coerente. L’impressione diffusa è che si stia alimentando un’industria bellica più per logiche economiche che per reali esigenze difensive. Alcuni osservatori si chiedono se vi siano informazioni non divulgate, come l’arrivo di una minaccia globale non meglio identificata, magari sotto le sembianze dei civili di Gaza, costretti a vivere in condizioni disumane e a ricevere aiuti lanciati come scarti, che in altre parti del mondo verrebbero rifiutati persino dai ratti. Le immagini che quotidianamente giungono da quella regione sono drammatiche e sembrano in contrasto stridente con le eleganti cene di gala che hanno accompagnato l’annuncio degli investimenti NATO. Non si tratta di retorica, ma di una realtà che merita attenzione, anche quando appare scomoda o fastidiosa. Sarebbe interessante sapere chi, nei giorni precedenti al vertice, ha acquistato azioni di aziende del settore armamenti, per poi rivenderle dopo l’annuncio, e chi invece ora dirotterà i propri capitali verso la produzione di armi, abbandonando settori vitali come la ricerca scientifica o l’agricoltura. Il messaggio implicito che arriva ai piccoli investitori è chiaro: non conviene più finanziare progetti sostenibili o filiere alimentari, ma puntare tutto su pistole, missili e sistemi bellici. Così, la riunione NATO si configura come un messaggio di rassicurazione per chi teme scenari futuri di instabilità, ma diventa un incubo per chi vive ogni giorno sotto le bombe, come accade a Gaza.
Purtroppo, durante il vertice, nessuna voce si è levata per ricordare i bambini palestinesi che non ci sono più. Nessun minuto di silenzio, nessun gesto simbolico. Eppure, quel silenzio avrebbe risuonato con più forza di qualsiasi dichiarazione ufficiale.