Il Fondo

Voglia di bomba atomica come fosse un cono gelato

C’è una voglia strana che serpeggia tra certi piani alti della politica globale. Una voglia nuova, ma anche vecchissima. Una voglia che somiglia pericolosamente a quella di un gelato: non uno qualsiasi, però, una bomba atomica al cioccolato fondente, magari con granella di uranio impoverito. È una voglia che non si può dire ad alta voce nei consessi internazionali, ma che traspare. Dalle dichiarazioni ambigue, dalle minacce velate, da quel modo di pronunciare la parola “nucleare” con lo stesso tono con cui un tempo si parlava del nucleare civile. Quel tono tra il futuristico e il rilassato, che oggi suona un po’ troppo simile a “che sarà mai?”. Perché in fondo, diciamolo: le potenze nucleari non l’hanno mai digerito del tutto il fatto che quelle testate, costruite a suon di miliardi, non siano mai servite veramente. C’è come un’inquietudine da mancato utilizzo. Una curiosità morbosa, repressa solo dal buon senso – e siccome il buon senso è ormai una rarità in via d’estinzione, come i panda o i ministri competenti, il rischio sale. Naturalmente, nessuno parla apertamente di “provare la bomba”, ma il desiderio è nell’aria. Magari non qui, in Europa o negli Stati Uniti, ma da qualche parte comoda. Un paese qualunque, una città anonima, abbastanza lontana da non sporcare troppo l’immagine nei talk show. C’è chi dice che sarebbe un male necessario, che servirebbe a “dare un segnale forte”, che si tratterebbe di un’azione chirurgica. L’ennesimo eufemismo per coprire una tragedia annunciata. Ricorda un po’ il famoso ragionamento usato nel 1945: uccidere 200.000 civili subito per risparmiarne forse milioni dopo. Perché sì, il male minore è sempre più convincente quando a doverlo subire sono gli altri. Nel frattempo, nel teatrino delle democrazie moderne, chi dovrebbe guidarci con sobrietà e competenza sembra sempre più impegnato a farsi notare come in uno show televisivo. La politica è diventata una specie di “Grande Fratello nucleare”, con concorrenti che sfoggiano la loro durezza con frasi a effetto, tweet minacciosi, faccine truci e slogan degni di un fumetto. Solo che qui non si gioca: i bottoni delle valigette nucleari sono veri. E a premere, spesso, sono persone che confonderebbero una testata termonucleare con una testata giornalistica. Ma li abbiamo votati, si dice. E sì, tecnicamente è vero. Anche se oggi il voto assomiglia sempre più a una roulette russa con troppe pallottole. Forse è ora di chiederci se la democrazia così com’è ancora funziona, o se non sia diventata un paravento dietro cui si nascondono i soliti noti – miliardari, lobby, generali in pensione e influencer del geopolitico che vendono libri su come sopravvivere a una guerra nucleare…con stile, naturalmente! Prendiamo due nomi, tanto per restare in tema: Netanyahu e Trump. Uno continua a bombardare dicendo che è per autodifesa. L’altro vorrebbe tornare al potere promettendo di finire ciò che aveva iniziato – e non si capisce se si riferisce alla costruzione del muro o alla distruzione dell’ordine globale. Personaggi così, in altri tempi, sarebbero finiti nei programmi comici. Ora stanno in cima alle istituzioni. E c’è da chiedersi: siamo noi cambiati, o è il mondo che ha perso il senso del ridicolo? E mentre il mondo oscilla tra il serio e il surreale, tra vertici diplomatici e risse sui Social, la gente comune tira avanti. Come sempre. Qualcuno ci spera, nella bomba. Forse per noia. Forse per vedere “come sarebbe”. Forse perché un bel fungo atomico risolverebbe, in modo spettacolare, tutte le noie del lunedì mattina. Intanto al bar si discute. Dell’ultima minaccia, dell’ultimo attacco, dell’ultimo video virale con il missile in sottofondo. Ci si abitua a tutto, dicono. E in effetti è vero.

Alla fine, il rischio più grande non è la bomba. È che non ci stupisca più. Che il solo parlarne ci sembri normale. Che qualcuno – con una divisa o una cravatta – decida che “forse è il caso”. Che lo faccia con la stessa leggerezza con cui si ordina un cono gelato.