Chi paragona la diplomazia internazionale ad un costante torneo di scacchi non sbaglia: quanto sta accadendo nel cuore dell’Europa ne dà piena conferma. Nel 2020 l’Ucraina ha incassato 2,1 miliardi di dollari da Gazprom (leggi: Mosca) per garantire il passaggio del gas sul proprio territorio. Tra fine 2020 e inizio 2021 nuove ondate di COVID-19 hanno piegato il sistema sanitario ucraino. Fu allora che Mosca offrì a Kiev milioni di dosi di vaccino Sputnik, che vennero rifiutati perché Kiev decise di accettare, invece, i due milioni di dosi del vaccino Moderna offerti da Washington.
Poco dopo, nel marzo 2021, si riaccendono i toni degli scontri nella regione del Donbass, dove già dal 2015 gli USA avevano schierato 300 effettivi col pretesto di “addestrare” i colleghi ucraini. Dopo altri tre mesi, nel giugno 2021, la NATO invita Kiev a partecipare con le proprie forze armate ad una delle periodiche esercitazioni congiunte di addestramento, la Sea Breeze, nel Mar Nero.
A luglio 2021 gli USA ritirano ogni opposizione alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2, che collegherà Russia e Germania attraverso il Baltico, e per calmare le ansie di Zelenskyj (presidente ucraino eletto nel 2019, ma da sempre critico verso il nuovo corso non repubblicano degli USA), assicura ingenti aiuti finanziari per supportare la transizione energetica di Kiev. E oggi si teme la guerra aperta Est/Ovest perchè la NATO dichiara di avere ormai seduta al suo tavolo l’Ucraina. Che l’attuale Segretario Generale della NATO, Mister Stoltenberg, da buon norvegese non abbia mai avuto un’allure accomodante, è chiaro da tempo; ma che arrivasse a produrre una simile bagarre, forse non l’avrebbe mai sospettato nemmeno lui. L’ingresso dell’Ucraina nella NATO avverrà, se avverrà, solo se Kiev avrà presentato formale domanda di adesione a tutti i paesi già partner NATO, e questo non accadrà prima del 2024. Ma la diplomazia, si sa, è fatta non solo da provetti scacchisti ma anche da lungimiranti astronomi. Che in questo momento si spera siano anche un pò storiografi. Perchè ricordare gli avvenimenti più remoti della storia non guasterebbe: l’Ucraina, già Repubblica federata URSS, si proclamò indipendente da Mosca il 24 ottobre 1991. Il suo primo “Presidente della Repubblica” fu un ex dirigente dell’ex Partito Comunista Sovietico, Leonid Kravchuk, cui ne succedette un secondo, Leonid Kuchma. Solo nel 2004 ci fu un aspro ballottaggio tra l’ennesimo filorusso Viktor Yanukovich, che risultava vittorioso ma in odore di brogli, e il candidato filoccidentale Viktor Yuschenko: la popolazione scese finalmente in piazza e fu la volta della celebre “rivoluzione arancione”, quando il Parlamento decise di invalidare le elezioni e indire un nuovo ballottaggio da cui Yuschenko ne uscì vittorioso. Le successive elezioni legislative portarono alla ribalta i filorussi, e Yanukovich al governo. Ma l’ingestibilità della politica condusse a nuove elezioni che nel 2007 dettero ragione alla coalizione filoccidentale di Yulia Tymoschenko: triste storia, la sua, condannata nel 2012 a sette anni di carcere per malversazione di fondi pubblici, per poi essere scarcerata nel 2014 grazie all’intervento della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Nel frattempo, Putin era riuscito a manovrare per nuove elezioni nel 2010, vinte dall’inaffondabile compagno Yanukovich. Poi la Storia scende dalla scacchiera e diventa soap opera: perchè se è vero che chi la fa l’aspetti, questo accadde al nostro Yanukovich quando, bloccando l’iter di associazione dell’Ucraina all’Unione Europea, nel 2013 riuscì solo a scatenare violente proteste civili che lo costrinsero a fuggire dal paese. Fu questa chiara svolta popolare filoeuropea a indurre Putin a intervenire in Crimea, appoggiando le ex confederate URSS russofone, innescando quel critico conflitto armato tuttora in corso e sostenendo le rivendicazioni secessioniste del Donbass, che dal 2018 non vede riconosciuto da Kiev l’esito separatista delle sue elezioni interne. Neanche la comunità internazionale ha mai riconosciuto l’intenzione separatista del Donbass, tantomeno dal 2019 in avanti, quando Mosca ha concesso il passaporto russo a 125.000 residenti nell’Ucraina orientale, creando un flusso migratorio autorizzato verso le proprie terre.
Tutto ciò mentre già dall’estate 2017 Kiev aveva ratificato l’accordo di associazione all’Unione Europea, che tuttora turba i sogni di Putin.
Ora, la NATO vorrebbe approfittare di questa situazione per premere sull’acceleratore del coinvolgimento militare ucraino, dimenticando (forse) che nel lontano 1994 Kiev aveva già firmato il trattato START I di non proliferazione nucleare e trasferito tutte le proprie armi nucleari a Mosca.
L’attuale scenario politico ucraino vede una larga maggioranza di europeisti impegnati nella lotta alla corruzione, piaga che da sempre attanaglia il Paese: lo stesso presidente Zelenskyi proviene dal partito maggioritario che, non certo a caso, si chiama “Servitore del Popolo”. Facendo i conti dell’oste, la maggioranza di eletti filoeuropeisti e filoccidentali supera l’85%, contro una debole opposizione di filorussi e indipendenti.
In un tale quadro a dir poco minaccioso per l’imperialismo russo (si conceda la licenza romantica del termine) è quasi scontato che Vladimir Putin voglia tentare il suo personale Canto del Cigno: del resto, dal suo punto di vista adesso in Occidente è in corso la “tempesta perfetta”. La rimozione degli apparati militari occidentali dall’Afghanistan ha tecnicamente sgombrato il campo operativo nell’area sudorientale; l’appoggio tedesco garantito da Angela Merkel è scemato; la presidenza francese è agli sgoccioli e si paventa uno scenario antieuropeista all’Eliseo; la Gran Bretagna non è più nell’Unione Europea; Biden non è certo repubblicano, quindi gioca male le carte interventiste. Ma da qui ad un conflitto armato tradizionale, ce ne corre.
Piuttosto, si potrebbe vedere dietro tutto questo clamore un intento di semplice tutela economica della madrepatria Russia: la transizione ecologica globale lascerebbe Mosca pesantemente indietro rispetto agli altri concorrenti mondiali. La Russia detiene un’enorme capacità energetica ma legata in modo assoluto alle vecchi risorse energetiche inquinanti, quelli che sia USA che UE vogliono del tutto abbandonare. Cosa accadrebbe alla Russia se si ritrovasse esclusa dagli scambi economici futuri? Cosa potrebbe ottenere, in cambio dei suoi idrocarburi che nessuno vorrà più utilizzare?
L’unica cosa che Mosca può offrire si chiama sicurezza. Sottotitolo: non intervento.
Lo scorso 24 gennaio la presidenza UE ha annunciato nuovi ingenti fondi che saranno stanziati per supportare l’Ucraina. Se finora Bruxelles ha trasferito circa 17 billioni di euro nelle casse di Kiev, nei prossimi mesi ne aggiungerà altri due. Questi, insieme ad ulteriori complessivi 720 milioni di euro suddivisi in tranche di prestiti, e altri 6 billioni in investimenti diretti. Accanto alle cifre, l’Unione Europea ha anche promesso immediate sanzioni da applicare a Mosca se questa dovesse continuare ad aggredire militarmente l’Ucraina.
Tutto ciò mentre la Cina chiede alla Russia di non iniziare alcun conflitto prima che le Olimpiadi non saranno concluse.
Temporeggiare è spesso un successo, ma il perenne dubbio rimane: quanto costa la Pace? O meglio: ha un prezzo, davvero, la Pace?
Quanto costa pacificare l’Ucraina. Senza giocare a scacchi