La Transnistria non esiste. È un piccolo territorio di 3500 chilometri (più piccolo della Liguria) ben nascosto lungo i confini tra Moldavia e Ucraina. Ma non è riconosciuto da alcun membro delle Nazioni Unite, quindi non esiste. La capitale, Tiraspol, si trova da qualche parte in un punto sconosciuto accanto al fiume Dniestr. Per questo è ufficialmente chiamata “Repubblica moldava del Dniestr”. Quando nel novembre 2020 i moldavi hanno eletto Maia Sandu presidente, col 57% dei voti, il suo primo atto pubblico (da brava filoeuropeista) è stato il formale appello al ritiro delle truppe russe dalla Transnistria. Madame Sandu può contare sul sostegno indiscusso di USA e UE, e si propone di sviluppare un programma di totale integrazione del paese nell’Europa, nonostante la cosa appaia più utopica che difficile. Per molteplici ragioni, non tutte cristalline.
Se nel 1990 questa regione fantasma contava 706.000 abitanti, oggi ne conta poco più di 450.000. I giovani lasciano la terra natia per trovare miglior fortuna altrove. E non solo perché il salario medio mensile arriva appena a 300 euro. Negli ultimi anni la loro terra si è valsa l’appellativo di “buco nero d’Europa”, per fosche accezioni che vedremo. Le lingue ufficiali sono tre: russo, moldavo e ucraino, ma il russo resta l’unica lingua onnipresente, dai corridoi delle scuole alle vie urbane, nonostante la presidente moldava Sandu abbia attivato una campagna sociale per adottare una quarta lingua, il rumeno, a conferma delle sue tenaci mire europeiste. Sotto l’Impero zarista fin dal 1700, la regione fu territorio di insediamento per le truppe rumene che, assoldate da Hitler nell’Operazione Barbarossa, preferirono poi fermarsi lungo il Dniestr piuttosto che tornare in patria a guerra finita.
Solo dal 1944, con l’avanzare dell’Armata Rossa, il territorio fu nuovamente sovietizzato e a fine conflitto la Quattordicesima Armata (che era di stanza proprio a Tiraspol) si radicò nella zona e impose il cirillico come idioma popolare.
Gli strascichi della Perestrojka portarono nel 1990 alla dichiarazione di indipendenza del territorio, con un referendum popolare in cui una maggioranza di oltre il 90% degli elettori votò per la secessione dal resto della Moldavia: fu allora che la Transnistria dichiarò unilateralmente la secessione e la formazione della nuova “Repubblica Sovietica Pridnestrova di Moldavia”. Inizialmente si perseguì l’obiettivo di essere riconosciuti come repubblica sovietica indipendente all’interno dell’URSS. Ma dopo il fallimento del colpo di Stato al Cremlino nell’agosto del 1991, e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, 1º marzo 1992 ebbe inizio una guerra su scala limitata tra la Repubblica della Moldavia e la Repubblica Moldava di Transnistria. L’esercito moldavo, trovandosi così in posizione di inferiorità numerica e di armamenti, fu sconfitto con rilevanti perdite.
Nel giugno 1992 le forze Repubblicane moldave, insieme a quelle della 14ª armata, attraversarono il fiume Dniestr e occuparono la città di Bender. Fu una strage: le truppe regolari moldave massacrarono centinaia di civili, e gli aerei repubblicani bombardarono i centri abitati mentre una precisa tregua era già stata firmata poche ore prima. Fu uno scandalo internazionale.
Per salvare le apparenze, Mosca si allontanò dalle mire moldave e continuò a sostenere de facto il governo della Repubblica Moldava di Transnistria. Fu istituita una zona di sicurezza tra la Repubblica di Moldavia e la Repubblica Moldava di Transnistria, controllata da una Forza di pace mista interforze.
Nonostante il 25 agosto 1995 il Soviet Supremo avesse confermato la piena indipendenza della Repubblica Sovietica Pridnestrova di Moldavia, i moldavi continuavano a considerare la Transnistria come parte del proprio territorio, pur avendo sempre avuto di fatto poca influenza sulla stessa.
Da parte sua l’Ucraina fin dal 2006 ha introdotto regolamenti doganali per le merci che transitano attraverso il confine transnistriano: sono importabili in Ucraina solo i beni che hanno documenti rilasciati dalle autorità moldave, in base a specifico accordo doganale ucraino-moldavo. Nel 2009 i governi ucraino e moldavo hanno anche lanciato un processo di demarcazione dei loro 985 km di confine, sempre senza coinvolgere la Transnistria. Come se non esistesse, appunto. Dal settembre 2021 Kiev ha perfino vietato ai veicoli con targa transnistriana l’ingresso sul proprio suolo.
Ma è Mosca a detenere un’influenza spaventosa sul divenire della piccola Repubblica. Anche se non ha mai riconosciuto la sua indipendenza, Mosca fornisce un importante aiuto economico, a partire dal gas a prezzi agevolati. In cambio la Transnistria resta infeudata a Mosca sul piano politico e funge da tagliafuoco contro una eventuale adesione della Moldavia alla Nato. Dal 2006, addirittura, Mosca distribuisce carte di identità russe ai cittadini della regione.
Ormai da decenni gli Osservatori UE ritengono che una grossa parte del flusso economico nazionale sia direttamente collegato ai traffici illeciti derivanti dal radicamento del crimine organizzato di mafie attive specialmente in Russia, e dalla particolare posizione di passaggio di questo territorio per il flusso di stupefacenti, armi e contrabbando, situazione che aveva portato, già nel 2002, a definire globalmente la Transinistria “il buco nero d’Europa”.
Ma già dal maggio 2015 il parlamento ucraino, con legge ad hoc, aveva interrotto ben cinque accordi di cooperazione con la Russia nel settore tecnico-militare, compreso quello sul transito militare russo da e verso la Transnistria: oggi i mercenari russi presenti nell’area non hanno più possibilità di movimento all’esterno della Transnistria, e neanche possono ricevere aiuti e rinforzi dall’esterno. Una situazione di impasse che ben rispecchia la più ampia immobilità politica sull’intera questione. Del resto le armi, a Tiraspol e dintorni, non mancano: qui era custodito il più importante arsenale della regione occidentale dell’ex Unione Sovietica che comprendeva, tra l’altro, un polo chimico-batteriologico e razzi micidiali, tra i quali ventiquattro unità di tipo “Alazan” dotate di testate ad “isotopi radioattivi”. Lo sanno tutti dal 2005, quando un astuto reporter del Times ne aveva scoperto l’esistenza durante un’inchiesta spacciandosi per terrorista algerino, e da allora i missili sono costantemente monitorati via satellite: eppure nel 2009 le originarie 24 unità erano calate a 14. La sorte toccata ai dieci missili scomparsi è ignota. Il governo locale è stato retto per venti anni, e fino a dieci anni fa, da oligarchi corrotti ex agenti del KGB, fedelissimi ministri del leader Igor Smirnov, il cui figlio è presidente del colosso Sheriff, una delle poche società autorizzate al commercio con l’estero, e che di fatto oggi monopolizza il 60% dell’economia regionale (alimentare, sport, combustibili, supermarket, telefonia) e non ultima la squadra di calcio che sta raccogliendo successi clamorosi. ll Fotbal Club Sheriff Tiraspol, sede legale a Tiraspol, ha vinto 19 campionati nel massimo girone moldavo, dei quali 10 consecutivamente, ed è l’unico club moldavo ad essersi qualificato nella Champions League. A trainare l’economia della regione c’è poi la Itera, compagnia con sede in Florida e collegata alla confraternita mafiosa di Solncevo, che è l’azionista di maggioranza del complesso metallurgico di Ribnitsa, massimo esportatore della regione. Ma la Transnistria si è anche resa protagonista di palesi violazioni dei diritti umani a cominciare dalla terrificante situazione dei suoi carcerati e dell’uso della tortura contro le persone accusate di spionaggio. Si rileva, inoltre, una forte collusione tra il potere pubblico e la mafia locale, composta da esponenti della “Brigata Solncevo”, che vanta rapporti diretti con molte organizzazioni terroristiche transnazionali, specialmente di matrice islamica fondamentalista. Secondo le informazioni degli organi di intelligence locali moldavi, i gruppi terroristici internazionali con “punti di contatto” in quest’area geografica sarebbero riconducibili a Hamas, Fratelli Musulmani, Partito per la liberazione islamica, Al-Fath , Al-Qaeda, PKK, Lupi grigi, Hizbullah. Elementi collegati alle ultime quattro organizzazioni terroristiche avrebbero tentato di acquistare in Transnistria enormi quantitativi di armi convenzionali prodotte da industrie belliche del luogo, oltre a materiali nucleari e chimici; in alcuni casi i tentativi sono stati scoperti e vanificati dall’intervento della security moldava, collaborazione con quelle romene e statunitensi. Le fabbriche di armi della regione sono mascherate da unità industriali ordinarie, la cui produzione comprende pistole, lancia-granate e fucili mitragliatori (come le ditte Elektromash, Pribor e Kirov), tutte situate nei pressi di Tiraspol. Inoltre, nei depositi militari della Transnistria sarebbero stoccate quantità imprecisate di materiali strategici, in particolare agenti chimici e radioattivi impiegabili per la fabbricazione artigianale di ordigni nucleari di bassa potenza, le cosiddette “dirty bombs”. E se non bastasse, qui potrebbero trovarsi alcuni degli ordigni nucleari portatili, denominati “suitcase bombs” (pesanti circa 40 chili e grandi quanto una valigia di medie dimensioni), scomparsi dagli arsenali militari sovietici durante il caos conseguente alla dissoluzione dell’Urss. Tutto ciò rigurgiterebbe fuori dalla Transnistria attraverso il porto ucraino di Odessa e raggiungerebbe i teatri di guerra limitrofi del Caucaso, dell’Asia Centrale, dell Medio Oriente, ma anche dell’Africa Occidentale e Centrale. Per gli amanti dell’avventura va detto che una gita in Transnistria è fattibile, ma la Farnesina sconsiglia esplicitamente di farlo: trattandosi di un Paese non riconosciuto (neanche) dall’Italia, non sarebbe possibile un intervento dell’ambasciata in caso di necessità. Il problema principale per i turisti non è tanto la criminalità organizzata, o il mercato nero coi suoi trafficanti, quanto la corruzione delle forze dell’ordine, che inventano trasgressioni pretestuose per tartassare quei pochissimi stranieri che incrociano per le strade. Per fortuna, secondo i dati della Banca Mondiale, la Transnistria è di gran lunga il paese meno visitato d’Europa, e si contende le ultime posizioni al mondo con alcune isole sperdute nel Pacifico. Di certo non sarà il turismo a preoccupare Vadim Krasnoselski, che solo due mesi fa (13 dicembre 2021) ha ottenuto un plebiscitario 79,4% di preferenze nelle presidenziali di Transnistria, vedendosi riconfermato nel ruolo di leader fantasma di uno Stato fantasma. Ma anche stavolta, come nel 2016, l’assoluta mancanza di riconoscimento da parte della comunità internazionale non deve averlo turbato. Del resto fu proprio lui a dichiarare che “l’esercito della Transnistria deve sempre essere preparato per una lotta vera e propria, e anche se le autorità della regione vogliono vivere in pace con i suoi vicini, le persone devono essere addestrate per essere pronte ad una vera e propria guerra”. Il pensiero fa la grandezza dell’uomo, diceva Blaise Pascal: dunque, per traslato, le dichiarazioni di Krasnoselski a quale nuova teoria vorrebbero condurre? Se le minacce hanno un peso, in Transnistria stanno stretti e anche (abbastanza) schiacciati.
Dossier Transnistria: lo Stato che non c’è, ma può far male