Non tutti ricordano Torino per l’arte contemporanea. Molti invece conoscono Margherita “Christian” Stein, la prima gallerista e collezionista d’arte della capitale sabauda. Colei grazie alla quale esiste il Museo del Castello di Rivoli, in fondo: perché non ci sarebbe una certa profonda abitudine artistica, a Torino, se non ci fosse stato il suo esempio vivente sessantanni fa.
La prima sede della sua celebre galleria, battezzata non col suo nome ma con quello del marito Christian, fu nel suo appartamento di via Teofilo Rossi, e aprì al pubblico nel 1966. Un anno cruciale per la storia culturale italiana, e mondiale: che poi si trattasse di una donna, mecenate di giovani avanguardisti, non poteva passare del tutto inosservato.
Margherita Von Stein concepì e volle la sua galleria d’arte come luogo di aggregazione e scambio intellettuale: verso sera, in quella che oggi chiameremmo “happy hour”, gli artisti si riunivano da lei per poi andare insieme a cena e confrontarsi fino a notte fonda tra le vie e le piazze di una Torino addormentata.
Il successo del suo stile si estese presto a Milano, dove nel 1985 aprì una nuova sede espositiva in Corso Monforte, e poi nel 1993 a New York, con la Stein Goldberg Gallery.
Ogni volta che organizzava una mostra, la Stein soleva passare in rassegna privatamente tutte le opere esposte, per poi scegliere quali tenere per sé prima di iniziarne la vendita. Ecco perché nel 2001 ben venti opere della sua collezione privata (di cui tre da lei personalmente donate) furono acquisite dal Museo del Castello di Rivoli. Opere che sono oggi il fiore all’occhiello della cosiddetta Arte Povera, movimento artistico tipicamente italiano riconosciuto a livello globale, tra i cui autori spiccano i nomi di Boetti, Pistoletto, Anselmo, Fabro, Paolini, Zorio e dei coniugi Mario e Marisa Merz, artista prediletta della Stein.
La sua collezione privata, dunque, costituisce oggi il nocciolo duro della mostra permanente del Museo d’arte contemporanea di Rivoli.
Una storia originale, quella del Castello di Rivoli: quando nel 1984 divenne museo, a differenza di ciò che accade di norma, il Castello non poteva vantare alcuna collezione storica. Ma la strategia dei vertici museali si rivelò presto vincente.
Fu Giovanni Ferrero a formulare il progetto iniziale di trasformare il Castello di Rivoli in museo, e perciò volle chiamare a far parte del primo comitato scientifico a ciò preposto alcuni personaggi eccelsi del settore artistico internazionale, affinché concretizzassero il suo sogno artistico torinese ai più alti livelli: Rudi Fuchs (storico dell’arte di fama mondiale) che fu anche il primo direttore del Museo, Nicholas Serota (fondatore e direttore della Tate Modern Gallery di Londra), David Ross (direttore del San Francisco Museum of Modern Art), Ida Gianelli (grande critica d’arte e saggista), Nino Castagnoli (direttore della GAM – Galleria d’Arte Moderna di Torino).
Insieme, questi esperti decisero di convalidare l’importanza di Torino nella produzione artistica degli Anni ’60, ’70 e ’80 facendo del Castello di Rivoli un Museo d’arte contemporanea che vanta oggi circa 900 opere di oltre 300 artisti.
Quelle provenienti dalla Collezione Stein sono soprattutto il simbolo imperituro del legame profondo, discreto e indissolubile della grandama torinese, attivista della rivoluzione culturale italiana più recente, col mondo astratto ma sempre tangibile dell’Arte.
In questi giorni molte di queste opere possono essere ammirate nello spazio espositivo delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, nella mostra “Nature Cultures 2022” di cui sono curatori Samuel Piazza, Carolyn Christov Bakargiev e Marcella Beccaria, che è anche capo curatore del Museo Castello di Rivoli.
Un luogo “Made to produce a Spark”, come gridano le pareti del Castello con l’installazione voluta da Lawrence Weiner nel 2006, e tutt’ora presente: incitazione pronta a ricordarci che l’arte è scintilla di vita, sempre e ovunque.