Cronaca

Bruxelles censura il web, ma la posta in gioco è alta

Di EmDee - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=91781296

“Tutte le imprese attive in Europa devono conformarsi alle nostre regole” – questo lo scorso aprile, mentre i media tremavano all’idea che Elon Musk si impadronisse di Twitter, il commissario del mercato interno europeo Thierry Breton ha ritenuto fondamentale dichiarare ai media. Regolare la giungla dei dati informatici, dunque: questa è la nuova sfida della Commissione Europea. Sottoposto questa estate al voto degli eurodeputati, il regolamento sui dati web (definiti anche “servizi informatici”) impone nuovi obblighi alle grandi piattaforme mediatiche, tra cui l’immediato ritiro dei contenuti illeciti. Ma così facendo si rischia di delegare un potere di censura agli attori privati. Se Breton proclama, adesso, questa impellente necessità di controllo, significa che per anni le autorità europee sono state incapaci di gestire il settore della Big Tech. La stessa Ursula Von der Leyen aveva già più volte tentato di introdurre il progetto normativo sui servizi numerici, meglio noto come DSA – Digital Services Act, ma solo il 23 aprile c’è stato un accordo provvisorio sul tema tra Commissione, Parlamento e Consiglio dell’Unione Europea, che andrebbe ascritto al ben nutrito capitolo UE di tentativi volti a regolamentare il mercato della concorrenza. In particolare, però, questa appare come una chiara operazione europea per contrastare l’onnipotenza delle grandi piattaforme americane sul Vecchio Continente. Perciò nessuno si è stupito se, all’indomani del patto, l’Europa è stata teatro di vivaci azioni lobbiste sulla tematica del progetto, tanto a Bruxelles quanto nelle varie capitali europee. La posta in gioco è alta: dopo il Regolamento Generale sulla protezione dei dati, che dal 2016 ha di fatto rimpiazzato un testo risalente a vent’anni prima, l’attuale regolamento sui servizi informatici punta a riformulare la direttiva europea sul commercio telematico del 2000. Soprattutto, si vuole modificare il regime della responsabilità degli intermediari informatici – le grandi piattaforme di ricerca web, in primis – agendo in particolar modo sui loro obblighi di “moderazione” dei contenuti.
Già da qualche anno l’UE ha moltiplicato il numero dei suoi regolamenti in apparenza protettivi e cautelativi, sia per contrastare la diffusione di contenuti pro-terrorismo sia per difendere i contenuti sottoposti a diritto d’autore. Il nuovo regolamento unico vuole migliorare l’armonizzazione del diritto europeo su questi temi, specialmente attraverso obblighi più stringenti per garantire l’eliminazione dei contenuti considerati illeciti e la parallela applicazione di pesanti sanzioni pecuniarie in caso di violazione delle norme, sanzioni che possono valere fino al 6% della cifra totale d’affari mondiali dell’impresa negligente.
Per renderlo possibile sarà necessario introdurre meccanismi automatici per la trasparenza degli algoritmi, o per limitare l’utilizzo dei dati sensibili a fini pubblicitari. Considerato capace di regolare il Far West delle piattaforme mediatiche, il testo ora al vaglio degli eurodeputati non solo può minacciare direttamente il libero accesso all’informazione sul web ma può anche limitare il diritto alla libertà d’espressione.
Bati pensare che nessuna norma è stata creata per ridurre in alcun modo il diritto all’autoregolazione dei giganti del web; questo, a dispetto delle nuove regole, consacra le imprese private come soli e unici enti decisionali in materia di gestione dei contenuti mediatici. Ne nasce quindi un paradosso: le istituzioni europee legiferano in nome della salvaguardia dello spazio pubblico, ma al contempo delegano ai privati l’applicazione della stessa legge.
Questo arrangiamento delle cose implica il controllo privato della censura, che di per sè già brilla per il suo carattere arbitrario e antidemocratico, considerando che gli intermediari si fanno carico del controllo dell’espressione pubblica in nome dell’autorità, spesso sulla base delle proprie condizioni generali d’utilizzo del servizio offerto. Condizioni che per prime non rispettano affatto i diritti fondamentali dei cittadini europei, come dimostra (ad esempio) la spesso ridicola ultra-censura automatica delle nudità su Facebook.
Ma il regolamento sui servizi informatici comporta anche altre novità: ad esempio istituisce i “segnalatori di fiducia” incaricati di notificare i contenuti illeciti. Chi può rivendicare questo stato? Gruppi della società civile, magari specializzati in disinformazione, o autorità etiche repressive, le cui domande di ritiro dei contenuti dal web possono produrre danni inestimabili alle grandi piattaforme. Si immagini adesso la preoccupazione dei gruppi d’opposizione davanti a una simile realtà, in un momento storico in cui governanti più autoritari possono qualificare come “fake news” qualunque discorso mirato a demolire le loro asserzioni.
Per garantire il buon esito delle operazioni è stato previsto che ogni fornitore di “servizi numerici” dovrà nominare un proprio rappresentante legale presso l’UE, che sia responsabile in caso di violazione del nuovo regolamento. Quali violazioni? Questo è un altro scoglio duro della normativa che si vuole introdurre: il testo punta a considerare illeciti i contenuti giudicati tali tanto dal diritto europeo quanto dai singoli diritti nazionali. Però gli stati membri hanno sul tema delle visioni spesso molto contrastanti: ad esempio il diritto ungherese proibisce la diffusione di alcuni simboli “comunisti” e di parole che rimandino al mondo LGBTQI, che invece non sollevano alcun problema negli altri Stati europei. Inoltre alcuni paesi ipotizzano di poter inserire nella lista dei dati censurabili, e quindi rimovibili dal web, non solo i contenuti illeciti ma anche i contenuti “pregiudizievoli”, come le notizie false o distorte, e anche le “espressioni radicali”, aprendo così il dibattito sulla portata e la qualità del concetto stesso di radicalità.
Esplode quindi la questione della libertà dei media: la stampa, da sempre considerata indipendente, cadrà sotto le forche caudine di un regolamento stringente e tassativo come quello dei social? Gli editori e alcuni parlamentari sperano di riuscire a esentare i media da simili imposizioni, per non sottomettere l’attività giornalistica al controllo diretto delle piattaforme web. Ma molti Stati avversano questa ipotesi perché vanificherebbe la loro volontà di staccare la spina ad alcuni media stranieri. Il nuovo regolamento prevede, infatti,anche una forma di censura extragiuridica di Internet, sotto il controllo delle autorità europee e nazionali, e questo grazie alle immediate conseguenze della guerra in Ucraina: dopo l’invasione russa, i legislatori europei hanno introdotto un nuovo meccanismo di reazione alle crisi in base al quale, in caso di situazioni eccezionali, si può derogare al diritto alla libertà d’espressione andando a limitarla, per bloccare la manipolazione delle informazioni da parte di attori ostili che intervengano nello spazio UE attraverso il web.
Tuttavia questo tipo di disposizioni incoraggiano, (o meglio, impongono), la creazione di sistemi di filtraggio automatico su tutte le piattaforme mediatiche. Ecco perchè alcuni osservatori ritengono che il regolamento sui servizi informatici sia stato concepito su misura per le grandi imprese tecnologiche.
Che siano nazionali o europei, i negoziatori hanno sempre avuto come referenti le più importanti case del web, come Youtube o Google o Facebook. Obbligandole, con relative sanzioni, a prevenire la presenza sui loro server di contenuti illeciti, e quindi concretamente a sorvegliare le comunicazioni, il testo normativo si affida direttamente ai giganti del web che dispongono già delle tecnologie necessarie a farlo, perché riconoscono automaticamente la natura dei contenuti pubblicati.
La sua applicazione andrà quindi, con molta probabilità, ad aggravare l’asimmetria di potere (e di risorse) tra piccoli e grandi attori che, per assurdo, il regolamente vorrebbe proprio combattere. Se si rinforza l’automazione della censura, la legge cancella tutti gli sforzi finora compiuti per ridimensionare il modello economico delle grandi piattaforme web. Invece di promuovere un modello libero e decentralizzato, il sistema tanto decantato da Thierry Breton consacra il dominio algoritmico già sviluppato dai giganti mediatici americani, finendo con l’imporlo a tutti. Insomma: se le nuove norme europee pretendono di allontanarsi dai modelli cinese e statunitense, nei fatti ne ricalcano interamente le basi.
Tornano a mente le parole di Malcom X, quando ormai decenni fa ci metteva in guardia suggerendo che “se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono”. Forse è tempo che anche a Bruxelles se ne ricordino.