Non è solo la faglia di Sant’Andrea a creare preoccupazioni oltreoceano, ma la data del prossimo 8 novembre, quando gli americani saranno chiamati alle elezioni di medio termine. Un appuntamento che rende la vita a stelle e strisce ogni giorno più stressante. Ormai da settimane, ogni mattina, moltissimi americani trovano nelle caselle di posta elettronica dozzine di messaggi spam redatti in colori vivaci e a lettere maiuscole. Cosa contengono? Messaggi come questo: “Abbiamo bisogno di 20.000 firme entro mezzanotte, firmate perché Donald Trump sia arrestato! Siamo tutti pronti a consegnare Trump alla giustizia ma abbiamo bisogno di un enorme sostegno pubblico per riuscirci”.
O messaggi come questo: “Le imprese della Big Tech vogliono imbavagliarci, i loro partner corrotti dei media generalisti si affrettano a censurare i repubblicani per propinare al nostro paese il programma socialista radicale di sinistra! Bisogna eleggere al senato qualcuno che sia dalla parte di Donald Trump”.
Entrambi i due grandi partiti americani sostengono che la democrazia morirà se il proprio schieramento non riuscirà a vincere le elezioni dell’8 novembre, perché l’avversario non soltanto propone idee impraticabili e immorali, ma è proprio da considerarsi un nemico, un corpo estraneo inaccettabile e sovversivo.
Questo meccanismo, già in passato riservato ai pellerossa, ai neri e ai comunisti, innesca un dibattito paranoico e costringe ad utilizzare centinaia di parole-totem come “deplorevole”, “fascista” o “totalitarista”. Parole che viaggiano sul doppio binario: dai repubblicani ai democratici così come dai democratici ai repubblicani.
Si tratta di atmosfere tipiche degli Anni Trenta, o di scontri paragonabili a quelli tra sciiti e sunniti o, andando più indietro nel tempo, al clamore della Guerra di secessione.
Scambi deleteri che pervadono integralmente l’attuale dibattito politico americano.
Ad agosto Biden ha voluto appositamente creare un panel di accademici e saggisti, tra cui lo storico Michael Beschloss, attuale ispiratore di molti discorsi della Casa Bianca, che dopo l’attacco al Campidoglio continua a ripetere: “Stiamo vivendo il pericolo esistenziale che la nostra democrazia e le democrazie di tutto il mondo possano essere distrutte “.
Analisi che, del resto, fungerà da tema centrale per la campagna dei democratici nel 2024, e consentirà loro di associare la guerra a Trump a quella contro Russia e Cina.
Aborto, educazione, giustizia penale, accoglienza dei migranti, tutti argomenti che perdono ogni rilevanza se confrontati alla domanda centrale: finché i diversi Stati della federazione continueranno a prendere decisioni divergenti a seconda che essi siano repubblicani o democratici, bisogna davvero ostinarsi a farli coesistere, così disuniti?
I governatori repubblicani del Texas o della Florida ormai non esistano più a ripulire le proprie strade trasferendo forzosamente i senzatetto a New York o in Massachusetts, paesi che invece nei confronti di queste persone sono più ospitali, grazie alla loro storica tradizione democratica.
I più rispettabili quotidiani statunitensi hanno iniziato a banalizzare perfino un’eventuale secessione del paese: in fondo, dicono, l’America è già virtualmente uno stato bi-nazionale costituito da due comunità radicalmente ostili, ciascuna di grandezza e potere politico comunque comparabile.
Rimane tuttavia un ambito di discussione in cui questa opposizione densa di odio non potrà mai sfociare in alcun tipo di guerra: la difesa dell’impero. Affrontare la Russia, armare l’Ucraina, contenere la Cina, sostenere Israele e assoggettare l’Unione Europea sono temi che continuano a raccogliere consenso da tutta la classe politica americana, tanto a destra quanto a sinistra. E proprio come sostiene ancora Beschloss: “Noi Stati Uniti siamo l’unica superpotenza esistente, e tutti osservano cosa facciano e cosa non facciamo”. Resta soltanto tutto da provare, e da votare.