Già da marzo, non appena le forze regolari iniziarono a liberare i villaggi occupati, emersero le prime denunce di stupri commessi dagli invasori russi a danno dei civili ucraini. La cosa è poi deflagrata sulla stampa e nel dibattito sociale internazionale: una madre violentata per due settimane davanti a sua figlia, un ragazzino di 11 anni stuprato davanti alla madre, due adolescenti stuprate e percosse da cinque soldati russi insieme.
Ad aprile Zelensky ha denunciato centinaia di casi simili alle Nazioni Unite; i dirigenti europei e americani si sono indignati e hanno reclamato l’avvio di inchieste e investigazioni mirate. Per la prima volta, nello specifico ambito della guerra in Ucraina, si è parlato di stupro come arma di guerra.
Anche se lo stupro compiuto durante la guerra è sempre esistito, il suo riconoscimento come vero e proprio strumento di guerra si è affermato solo negli ultimi decenni.
Uno strumento impiegato soprattutto sulle donne, ma senza risparmiare gli uomini. Esattamente fu durante il conflitto nella ex-Jugoslavia che si iniziò a riconoscere e definire lo stupro come “arma”. Sarà poi punito per la prima volta come come “atto di genocidio” dal tribunale penale internazionale per il Rwanda nel 1998, e come “crimine contro l’umanità” dall’omologo tribunale per la Jugoslavia nel 2001.
Ma è solo dal 2002 che gli stupri e le violenze sessuali sono inseriti nel lungo elenco che definisce tutte le fattispecie di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, e su questo elenco si estende oggi la giurisdizione della corte penale internazionale, che nel dicembre del 2020 aveva dichiarato l’esistenza di seri presupposti per ritenere che numerosi crimini di guerra fossero già stati commessi in Ucraina nel 2014, (data dell’annessione della Crimea da parte della Russia, compresi stupri e violenze sessuali).
Nel 2015 le signore Zezioulkina e Kravchenko furono detenute più giorni nel Donbass dal famigerato battaglione filo-ucraino “Tornado”, e ne uscirono vittime di maltrattamenti sessuali. E furono anche fortunate, perché stupri compiuti con oggetti, stupri collettivi, nudità forzate ed elettrocuzione delle parti genitali erano di norma atti praticati per umiliare o, nel caso dei separatisti, per estorcere beni o denaro.
Secondo la missione ONU di sorveglianza dei diritti umani in Ucraina, queste violenze non erano utilizzate a fini strategici ma come strumento di tortura: nel suo rapporto del 2021 l’ONU ha contato circa 340 vittime di violenza sessuale subita in detenzione, di cui metà imputabili ai separatisti e metà alle forze regolari ucraine. Si tratta comunque di cifre sottostimate, soprattutto nelle repubbliche separatiste e in Crimea, territori in cui da otto anni è del tutto proibito l’accesso all’ONU.
Secondo molti ricercatori che hanno raccolto le testimonianze dei detenuti, le torture e i maltrattamenti avvenivano quotidianamente in molte prigioni separatiste, emulando i metodi standard impiegati di norma nel sistema carcerario russo. Alcuni le chiamano semplicemente “metodi di controllo territoriale”.
Anche se le autorità ucraine hanno già aperto oltre 750 fascicoli sui crimini commessi contro i civili tra il 2014 e il 2020 dalle proprie forze armate, molti rapporti stilati dalle autorità a difesa dei diritti umani rilevano una forma di palese e apposita inazione politica.
Lo stesso processo contro il già citato battaglione Tornado, i cui membri furono giudicati nel 2016 per crimini commessi in Donbass (compresi gli stupri), si svolse in modo a dir poco opinabile: violenze e minacce si produssero dentro e fuori la corte ad opera di chi, per sostenere i paramilitari, puntava a intimidire l’apparato giudiziario. Otto veterani furono condannati a undici anni di reclusione ma nessuno è stato comunque ritenuto colpevole di crimini di guerra, nonostante (di fatto e di diritto) quei reati potessero essere così qualificati.
La legislazione ucraina sui crimini di guerra, disciplinata soprattutto dall’articolo 438 del loro codice penale, non ricomprende esplicitamente i crimini sessuali. Questo complica non poco il lavoro dei magistrati, che spesso sono anche impreparati sull’argomento.
A luglio la procura generale ucraina ha confermato di indagare su 43 dossier di violenze sessuali commesse dalle forze russe in Ucraina. Ma questa cifra non riflette affatto la realtà, perché molte vittime hanno già lasciato il paese, e perché la paura delle stigmate limita di molto le denunce: nei villaggi le ragazze violentate temono che, una volta dichiarata la propria situazione, resteranno senza marito per sempre.
Molti osservatori inviati sul posto, come quelli dell’OSCE, ritengono che oggi gli stupri siano davvero usati come arma di guerra e possano essere perciò automaticamente definiti crimini contro l’umanità.
Poche settimane fa Pramila Patten, rappresentante speciale designata dall’ONU per sondare questo arduo terreno, ha definito gli stupri compiuti durante la guerra in Ucraina come “strategia militare” e strumenti di “tattica deliberata per disumanizzare le vittime”, alla luce delle testimonianze raccolte dalle vittime che hanno raccontato di soldati russi “ben riforniti di Viagra”.
Intanto, Putin ha decorato con apposite medaglie i fucilieri della 64esima brigata motorizzata, presunti autori delle scelleratezze compiute a Boutcha (stupri compresi).
Gli inquirenti dovranno rimettere pazientemente insieme i pezzi del puzzle per poter giudicare i colpevoli. Prevedendo che la corte penale dell’Aja finirà con l’occuparsi solo dei casi più eclatanti, molti difensori dei diritti umani sostengono la necessità di creare un tribunale ibrido che raggruppi magistrati ucraini e internazionali. Ma, nel frattempo, è la giustizia ucraina ad avere le mani legate. C’è quindi l’urgenza di modificarne il codice penale.
La direttrice del Centro per le libertà civili, ONG ucraina che da anni si batte per il successo del progetto di legge 2689, che mira a dettagliare con più precisione i crimini di guerra e contro l’umanità, spinge affinché lo stupro rientri nella nuova disciplina penale.
Il testo di questa legge è stato ratificato nel 2020, ma oggi attende proprio la firma di Zelensky.
Un alto funzionario ONU, però, rivela che “i militari si oppongono a questi cambiamenti: con la guerra sono diventati eroi e per ora non esiste alcuna volontà politica di smuovere troppo le acque”.
Tutto tace, quindi. E le urla di chi subisce gli stupri di guerra non le ascolta nessuno.
Lucia Abbatantuono