C’è un dettaglio che accomuna molte delle opere legate alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Arriveranno dopo. Dopo i Giochi, dopo le cerimonie, dopo l’ultima medaglia. Un’anomalia solo apparente che racconta molto del modo italiano di concepire i grandi eventi. L’Olimpiade come giustificazione, non come scadenza.
Moltissime strutture programmate non saranno pronte per febbraio. E non si parla di rifiniture o opere marginali, ma di impianti sportivi e infrastrutture fondamentali come strade e ferrovie. La funivia di Bormio, finanziata oggi e inaugurata nel 2027, è un simbolo più che un’eccezione. Un investimento legittimo forse, ma che poco ha a che fare con l’urgenza olimpica. La geografia della spesa è chiara. Lombardia Veneto e Trentino concentrano la gran parte dei fondi pubblici con la motivazione dei Giochi che si svolgeranno effettivamente in pochi luoghi ben definiti. Rho, Assago, Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno, Tesero, Predazzo, Anterselva. Il resto è contorno. E spesso posticipato. A gestire gran parte di questo flusso di denaro è un unico soggetto che coordina quasi cento cantieri tra impianti sportivi e infrastrutture. Un piano imponente che però rivela una verità scomoda. Solo 36 opere su 100 sono considerate indifferibili per lo svolgimento delle Olimpiadi. Le altre possono essere consegnate con comodo. E infatti lo saranno. A pochi mesi dall’accensione della fiaccola i numeri ufficiali parlano di 16 opere concluse e 51 in corso. Ma lo stesso quadro mostra 28 interventi ancora in fase di progettazione e 3 addirittura in gara. Difficile immaginare miracoli temporali. Più facile pensare che i Giochi servano soprattutto ad accelerare decisioni politiche e finanziarie che troveranno compimento ben oltre il 2026. Nulla di sorprendente. In Italia le grandi opere raramente rispettano la loro prima funzione temporale. L’evento passa, il cantiere resta. E spesso diventa patrimonio elettorale più che infrastrutturale. Per correttezza va ricordato che i dati disponibili non sono aggiornati all’ultima settimana. Ma anche concedendo il beneficio del dubbio resta una domanda semplice. A cosa servono le Olimpiadi che non riescono a imporre una scadenza? Forse a questo. A finanziare il dopo con la retorica del prima. E a confermare che nel nostro Paese i Giochi finiscono in quindici giorni, mentre i cantieri hanno tutta la calma del mondo.
Angelo Santoro