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GARANTISMO PER TUTTI

Ranucci, Report e il garantismo che vale per tutti
La sostituzione alla guida del programma non è necessariamente un attacco al giornalismo d’inchiesta. Anzi, può essere l’occasione per difenderlo da una deriva che troppo spesso ha confuso il diritto di indagare con quello di emettere sentenze

 

Non sappiamo se Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi saranno migliori o peggiori di Sigfrido Ranucci alla guida di Report. E sarebbe presuntuoso stabilirlo oggi. Saranno il lavoro, le inchieste e il pubblico a giudicarli.

Possiamo però dire che la scelta della Rai ha una sua logica. Presutti viene dalla stessa squadra di Report e ha maturato esperienza nel giornalismo investigativo; Piervincenzi ha alle spalle anni di reportage e inchieste sul campo. Non sono, insomma, due figure estranee al genere che saranno chiamati a interpretare.

Ma il punto vero è un altro.
Dopo quanto accaduto nelle ultime settimane, era difficile immaginare che tutto potesse semplicemente continuare come prima. Ranucci è parte lesa nella vicenda giudiziaria che coinvolge Valter Lavitola e questo non va mai dimenticato. Essere parte lesa, però, non impediva di chiarire pubblicamente e fino in fondo alcuni aspetti del rapporto con Lavitola che avevano sollevato interrogativi.

I socialisti, con il segretario Enzo Maraio, lo avevano invitato a farlo per tempo: spiegare natura, ragioni e contorni di quel rapporto. Non era un attacco a Report, né un tentativo di delegittimare Ranucci. Era esattamente il contrario: la richiesta di trasparenza rivolta a chi della trasparenza ha fatto, legittimamente, una bandiera professionale.

Ranucci avrebbe potuto chiarire subito. Avrebbe potuto rispondere nel merito e probabilmente disinnescare almeno una parte delle polemiche. Ha scelto un’altra strada.

E qui emerge una contraddizione che sarebbe sbagliato ignorare.
Per anni una parte del giornalismo d’inchiesta italiano ha contribuito, insieme ad altri protagonisti dell’informazione e della politica, a costruire un clima nel quale il sospetto è diventato spesso quasi una prova, un’indagine una condanna anticipata, una frequentazione un elemento sufficiente per mettere qualcuno alla gogna.

Un metodo poco garantista che ha prodotto danni profondi nel Paese.
Oggi Ranucci rischia di diventare vittima proprio di quel clima. E non c’è da esultare. Al contrario, dovrebbe essere l’occasione per interrogarsi tutti su quanto accaduto negli ultimi trent’anni all’informazione italiana.

Perché il garantismo o vale per tutti oppure non è garantismo.
Vale per il politico indagato e per il giornalista. Vale per chi finisce davanti a una telecamera e per chi quella telecamera la impugna. Vale quando un’inchiesta riguarda qualcuno che ci è lontano e deve valere, soprattutto, quando riguarda qualcuno che sentiamo vicino.

Difendere il giornalismo d’inchiesta è indispensabile in una democrazia. Report deve continuare a fare Report: indagare il potere, raccontare ciò che altri non raccontano, cercare documenti, verificare responsabilità, porre domande scomode.

Ma nessuno ha mai stabilito che fare giornalismo d’inchiesta significhi smontare le garanzie dello Stato di diritto.
Un’inchiesta giornalistica non è una sentenza. Un avviso di garanzia non è una condanna. Un sospetto non è una prova. E il contraddittorio non è un fastidio da sopportare, ma uno degli strumenti che rendono più forte e credibile il giornalismo.

Per questo sarebbe sbagliato raccontare automaticamente la nuova conduzione come la fine di Report o come un attacco al giornalismo investigativo. La Rai ha scelto due giornalisti che provengono proprio da quel mondo. Toccherà a loro dimostrare indipendenza, coraggio e qualità.
E magari aprire una fase nuova: un giornalismo d’inchiesta altrettanto duro con il potere, ma più rigoroso con i fatti e più rispettoso delle garanzie.

Non servono inchieste più deboli. Servono inchieste più forti perché più solide.

La vicenda Ranucci potrebbe lasciare almeno questa lezione: chi chiede agli altri di rispondere alle domande deve essere pronto a farlo quando le domande riguardano lui. E chi difende il garantismo deve farlo sempre, anche quando il destinatario delle garanzie non gli piace.
È da qui che può ripartire Report. Ed è da qui che dovrebbe ripartire una parte del giornalismo italiano.