Cronaca

La questione meridionale negli tra riforme e contestazioni

Gli anni Sessanta si aprono dal punto di vista politico nel segno di un cambiamento inedito, nella cornice di un boom economico che, tranne qualche crisi di assestamento, si protrae fino alla fine degli anni Settanta. Nel 1963 nasce il primo governo di centro-sinistra con la partecipazione dei socialisti; un partito di sinistra torna al potere insieme alla DC, dopo la lunga stagione del centrismo. Un decennio che comincia dunque sotto i migliori auspici dal punto di vista politico-economico, ma anche sindacale, con il graduale superamento delle contrapposizioni e l’inizio di una distensione che porta a nuove convergenze. Sono anni che vedono cambiare il volto del Paese grazie all’aumento dell’occupazione e dei consumi, con la partecipazione diretta dello Stato nell’economia grazie all’IRI che diventa uno dei gruppi industriali più forti. Mutano le relazioni industriali grazie al crescente coinvolgimento del sindacato nelle scelte di governo, come ad esempio la stipula dei CCNL dei lavoratori dell’industria di Stato nel 1962 tra l’Intersind (l’organizzazione datoriale dell’industria pubblica) con FIOM, FIM e UILM, trascinando in seguito anche Confindustria a sedersi al tavolo delle trattative con i sindacati. Ma la spinta riformatrice della nuova compagine di Governo presenta i suoi limiti, con il PSI unico soggetto politico in grado di rappresentare la classe lavoratrice nell’esecutivo, mentre avanza il tema dell’unità d’azione sindacale, considerato condizione fondamentale per una maggiore autonomia rispetto ai partiti. Il miracolo economico nasconde, però, alcuni nodi irrisolti e una serie di contraddizioni dovute anche alle persistenti differenze tra Nord e Sud, che le condizioni macroeconomiche più favorevoli non riescono comunque a sanare, che provocano una frattura all’interno della classe operaia ed evidenziano le condizioni dei lavoratori ancora troppo gravose. Sin da questo momento si prepara la strada alla grande mobilitazione di massa che porterà, alla fine degli anni Sessanta, ai movimenti del ’68 e all’autunno caldo. Operai e contadini, soprattutto nel Mezzogiorno, cominciano a manifestare il proprio malcontento in un aspro conflitto di classe per la rivendicazione di migliori condizioni economiche e lavorative. Nel 1962 a Ceccano si apre una vertenza che durerà quarantuno giorni e che si concluderà con la morte di un operaio del Saponificio Annunziata durante gli scontri con la polizia. Il saponificio in quel periodo raddoppia la produzione e il fatturato e proprio per questo le organizzazioni sindacali, nel settembre del 1961, raggiungono un accordo con i vertici aziendali per l’erogazione del premio di produzione. La vertenza sembra conclusa, manca solo da stabilire l’entità del premio, ma l’azienda continua a temporeggiare. Dopo innumerevoli e vani tentativi per finalizzare l’accordo, il 25 aprile comincia lo sciopero delle maestranze che sin da subito presenta qualche difficoltà perché cinquantaquattro operai non aderiscono e continuano a lavorare, restando giorno e notte all’interno dello stabilimento. Inoltre vengono assunti altri sei operai che, insieme a quelli già presenti nelle officine, garantiscono una seppur minima continuità produttiva. La tensione sale, le forze dell’ordine devono faticare non poco per presidiare i cancelli, agevolando l’ingresso degli automezzi che trasportano il materiale per la produzione, ma gli operai resistono grazie anche al sostegno dell’intera comunità di Ceccano e dell’intera provincia, fino a quel tragico 28 maggio. Proprio per permettere il passaggio di un camion all’ingresso dello stabilimento, un gruppo di operi entra accidentalmente in contatto con i carabinieri che all’istante cominciano a colpire i lavoratori e i dirigenti sindacali con i calci dei fucili e lanciano candelotti e lacrimogeni per facilitare lo sgombero del piazzale. La giornata si conclude con la morte di Luigi Mastrogiacomo, 44 anni, iscritto alla CISL, e il ferimento grave di altre sette persone, epilogo di quarantuno giorni di lotta che trasformano una vertenza aziendale di provincia in un fatto di cronaca nazionale. Negli anni a seguire la conflittualità nel mondo del lavoro si salda con le proteste del mondo studentesco su cui svolgono un’importante influenza le azioni contestatarie in ambito internazionale e sulle quali si scaricano tutte le contraddizioni del boom economico, dove al rapido sviluppo non era seguita un’altrettanta crescita dei salari. Le confederazioni sindacali cercano di incanalare le istanze e le rivendicazioni e iniziano contemporaneamente a convergere su posizioni unitarie in occasione della vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e quella sull’abolizione delle gabbie salariali con la richiesta di uniformare i salari su tutto il territorio nazionale, superando l’impianto risalente al dopoguerra che prevedeva una differenziazione salariale su base zonale. Contrarie all’abolizione sono Confindustria e Confagricoltura, soprattutto quest’ultima in occasione del rinnovo del Patto dei braccianti e salariati che sfocerà in un’ondata di scioperi. Il 2 dicembre 1968 ad Avola, in provincia di Siracusa, i braccianti agricoli intraprendono una grande azione unitaria per ottenere un aumento salariale, ma soprattutto il riconoscimento della parità retributiva tra addetti alo stesso lavoro in zone diverse della stessa provincia. Trentaduemila lavoratori incrociano le braccia durante la stagione della raccolta delle arance, ma i proprietari in cedono, rifiutano l’incontro con i sindacati e temporeggiano. Gli scioperanti riempiono rapidamente le strade della cittadina siciliana, innalzano blocchi di pietre e bloccano il traffico con l’intenzione di attirare l’attenzione delle autorità che invitano il sindaco socialista ad intervenire per sedare gli animi e rimuovere i blocchi, ma il primo cittadino si schiera con i braccianti. La polizia, in tutta risposta, dispiega centinaia di uomini che armati di tutto punto giungono ad Avola e qui cominciamo i primi lanci di pietre dei manifestanti a cui gli agenti reagiscono con un fitto lancio di bombe lacrimogene, ma il gas, a causa del vento contrario, investe gli stessi poliziotti i quali, frastornati dai gas e temendo di essere sopraffatti, cominciano a sparare sulla folla, ferendo mortalmente due dimostranti, Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona. L’indomani sul campo di battaglia verranno raccolti due chili di bossoli. Il ministro del lavoro Giacomo Brodolini, in occasione di una visita ad Avola nel gennaio del ’69, annuncia l’imminente stesura dello Statuto dei Lavoratori, mentre Vito Scalia, segretario confederale della CISL e siciliano, afferma in un’intervista: «Sono costretto a ricordare di aver chiesto già da molto tempo e precisamente all’indomani dei tristi fatti di Ceccano, la creazione di speciali reparti di polizia del lavoro privi di armi e dotati soltanto dei normali mezzi di sfollamento. Come tutta conseguenza, venni additato a una specie di linciaggio morale da parte del Paese; ma se quella proposta fosse stata accolta, oggi non si piangerebbe sulle spoglie di molti innocenti e sulle ferite di tutti i lavoratori». L’anno successivo l’attenzione si sposta a Battipaglia, in provincia di Salerno, dove la maggior parte della popolazione è occupata nell’agricoltura e nelle industrie di trasformazione. A causa della crisi economica del settore, il 9 aprile la SAIM (Società agricola industriale del Mezzogiorno) decide di chiudere due aziende storiche, lo zuccherificio e il tabacchificio, nelle quali è occupata la metà degli abitanti della cittadina salernitana. La sera dell’8 aprile. Il consiglio comunale indice una manifestazione per l’indomani, mentre il sindaco e una ristretta delegazione si sarebbero dovuti recare a Roma per ricercare una soluzione con il governo. Già dalle prime ore del mattino del 9 aprile, i primi manifestanti si radunano per le strade già bloccate dalle forze dell’ordine, decisi a raggiungere la stazione ferroviaria presidiata dalla polizia. Dalla questura arriva l’ordine di sgomberare i blocchi ai binari per evitare la paralisi e l’isolamento del Mezzogiorno. Nel tardo pomeriggio il corteo si incanala verso il commissariato nel quale sono asserragliati centinaia di poliziotti e carabinieri che iniziano a sparare sula folla, uccidendo Teresa Ricciardi, giovane insegnate che seguiva gli scontri dal balcone di casa e Carmine Citro, studente diciannovenne. Fra Ceccano e Avola erano passati sei anni, fra Avola e Battipaglia sei mesi e mezzo: un unico filo rosso che lega la tensione sociale crescente nel Paese e in particolare nel Sud, un unico grido di lotta e di riscatto represso nel sangue.

Leopoldo Daniele