Cronaca

La regressione possibile della società aperta

Di Carol M. Highsmith - Library of CongressCatalog: http://lccn.loc.gov/2011631106Image download: https://cdn.loc.gov/master/pnp/highsm/12900/12912a.tifOriginal url: http://hdl.loc.gov/loc.pnp/highsm.12912, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=91285025

Le vicende legate alla “abolizione del diritto all’aborto” negli USA, aprono scenari futuri inquietanti. Che si sposano con il dibattito sulla guerra ordita dalla Russia contro l’Ucraina.
Entrambi i fatti, e per concreta rappresentazione ed ammissione dei protagonisti, si pongono l’obiettivo di condannare ed abbattere le società democratiche e liberali, ovvero quell’insieme dei valori che caratterizza le nostre società partorite dalle battaglie politiche, ideali e culturali del XX secolo
Lo smarrimento della fiducia nel futuro da parte delle popolazioni, un complesso culturale ed intellettuale in larga parte asservito all’analisi del contingente, l’incapacità della politica di creare visioni su cui impegnare le proprie attività e di contro l’esasperante ricerca di governare “l’ora e subito” cercando fini immediati e quella che possiamo definire la “sindrome della pancia piena”, hanno determinato l’insorgere di sacche di esaltazione di interessi particolari sempre più radicalizzati ed elevati a mantra ideologici.
Lotta all’immigrazione, assoggettamento del più debole alla volontà del più forte, la sopraffazione della donna intesa come oggetto ad uso e consumo degli uomini, l’indifferenza verso la lotta partigiana degli ucraini solo perché questa ha ripercussioni immediate sul quieto vivere delle società libere e democratiche.
In effetti, quando parlo di “sindrome della pancia piena”, intendo il fatto che il XX secolo ha rappresentato un significativo spartiacque fra un prima, dove molti diritti e valori non erano riconosciuti e penso alla libertà, alla democrazia, ai diritti civili, all’esaltazione dell’individuo come elemento essenziale della società, ed un dopo dove questi elementi sono entrati a pieno titolo nella cultura generale dell’uomo. Sono entrati così in profondità che sono stati considerati quasi come un “diritto naturale”, cioè intrinseco all’essere umano: un fatto dovuto!
Ovvero si è perso il senso delle battaglie e dei sacrifici che sono stati alla base di queste conquiste assoggettandole al credo consumistico contemporaneo.
Al pari della presenza di minimo un cellulare in ogni famiglia, ormai percepito come un fatto endemico ed ineludibile, ma tranquillamente sostituibile all’uscita del nuovo modello tecnologicamente più avanzato, anche questi diritti sono considerati si acquisiti ma facilmente trascurabili quando non sacrificabili rispetto al quieto vivere quotidiano. Barattabili!
Oggetto cioè di un possibile e banale compromesso finalizzato a stare “bene ora e subito”, non considerando minimamente l’impatto che la fine di questi diritti si porta dietro in termini di prospettiva e quindi di sostanziali future privazioni.

È la mancanza di una prospettiva, di una fiducia in un futuro migliore, che determina quella che possiamo definire una riproposizione contemporanea della “evoluzione darwiniana”.
Cioè una evoluzione che avviene per caso e necessità e quindi sopravvivono solo gli “esseri adatti” mentre scompaiono quelli che non lo sono. In cui i soggetti più fragili e le minoranze soccombono!

Ogni diversità, di idee, di valori, di razza, di sesso, viene percepita come attacco al proprio individualistico essere soggetto di una società non più intesa come complesso di valori condivisi e da tutelare. Ma una società da destrutturare in nome dell’esaltazione di una radicalita’ culturale individualistica che sola garantisce l’autoconservazione.
È la “pancia piena” della società aperta che porta a ricercare una propria identità sugli aspetti più irrazionali e più confortevoli nell’immediato, ed ad individuare nello “scontato” le ragioni delle insoddisfazioni e quindi passibile di sacrificio se non proprio considerato come orpello per il presunto sviluppo.

L’analisi qui proposta è amara e si sposa con la fine di quell’afflato politico rappresentato storicamente dalla sinistra, pur tra le proprie mille contraddizioni, ma sempre percepita come ambito a tutela dei diritti e delle conquiste civili e sociali.
Ma il fallimento risiede proprio nel senso del termine “tutela”.
Dopo le grandi battaglie e con la fine delle ideologie del XX secolo, la sinistra ha ripiegato nella gestione del presente e nella asfittica necessità di “tutelare” il conquistato perdendo di vista i cambiamenti epocali che sono seguiti senza quindi comprendere che il termine giusto non era “tutelare” ma “adeguare” comprendendo il mondo nuovo che la circondava.
Non mi nascondo certo che molti diritti soprattutto civili sono frutto di battaglie moderne, ma, va detto, sono risultate più occasione ideologica di scontro con chi la pensava diversamente piuttosto che di una convinta maturazione ideale e quindi conquista legittimata dall’evoluzione della società.

Nel mio piccolo, partendo da questa amara analisi, non ho gli strumenti per sostenere come cambiare questa deriva.
Ma ho la convinzione che solo le nuove generazioni potranno, se vorranno, riprendere in mano il proprio destino e lottare per ridare centralità e valore a queste conquiste e adeguarle alla società che vivono.
Noi vecchi, siamo consumati e stereotipati nelle gabbie di pensiero del secolo scorso e la lotta la intendiamo solo con quei filtri che ci hanno cresciuto ma che sono oggi desueti e non comprensibili per chi ha il diritto di guardare al futuro.
Come ho la convinzione che solo la politica, che riprende il proprio essere, possa tornare ad essere la bussola per ridare fiducia ed impegno per ideali e valori.
Diversamente la società di domani si conformerà, regredendo, alla società primordiale dove sopravviverà chi meglio interpreterà compiutamente “l’evoluzione darwiniana”.

Aldo Repeti
Direzione Nazionale PSI