E sono molti i fatti che ci si aspetta dal nuovo governo, a partire dalla riforma della scuola. Non solo perché il nuovo esecutivo ha ribattezzato il Ministero dell’Istruzione aggiungendo l’eclatante specifica “…e del merito”, ma anche perchè i valori contenuti nell’educazione scolastica sono basilari per il futuro di ogni nazione. Del resto, già decenni fa la ricetta di Calamandrei per il futuro della stessa democrazia partiva proprio dalla scuola: “Se si vuole che la democrazia prima si faccia, e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento e della Magistratura e della Corte costituzionale”. Per comprendere quanto ineccepibile sia questo assunto, abbiamo ascoltato le storie di due insegnanti provenienti dagli antipodi del ciclo scolastico vigente in Italia: S.D. è insegnante nella scuola dell’infanzia, L.M. è un professore liceale, e scopriamo dalle loro esperienze che, nonostante operino in contesti molto differenti, le speranze per il futuro della Scuola (intesa come istituzione formativa fondamentale) sono identiche.
Va ricordato che il PNRR ha imputato proprio alla riforma scolastica circa 17 miliardi di euro, dei quali 5 già arrivati nelle casse statali e altri 12 stanziabili solo al conseguimento degli obiettivi. I punti all’ordine del giorno di questa grande riforma strutturale sono sei: riorganizzazione del dimensionamento scolastico, formazione del personale, procedure di reclutamento, sistema di orientamento, riordino degli istituti tecnici, professionali e tecnici superiori. L’ex ministro Bianchi ha già tracciato le basi di quanto dovrà essere comunque stigmatizzato entro il 2025, nel pieno rispetto del PNRR. Ma cosa ne pensano i protagonisti effettivi della scuola?
L.M., precario dal 2015 al 2022 e da poco docente di ruolo in uno storico liceo pugliese, afferma che “il mondo della scuola – per indicare così l’istituzione scolastica tutta, per la quale ho grandissimo rispetto – è assai complesso e di difficile gestione, e comunque porta tanti voti al momento delle elezioni”. Un incipit che non lascia spazio a fraintendimenti, e che ci porta in un contesto dalle tinte kafkiane. A partire dalle constatazioni sul post-Covid, che per L.M. “non diverge in nulla dal pre-pandemia: classi pollaio c’erano e ci sono, strutture vecchie e fatiscenti, numero dei precari costante se non in aumento, materiali di consumo mancanti, laboratori e palestre e spazi comuni sempre carenti di attrezzature o di apparecchi utili, sicurezza inesistente (nonostante i corsi di aggiornamento obbligatori ogni tre anni)”.
Considerando che “nella scuola secondaria superiore ci sono ragazzi tra i 14 e i 19 anni, e molti di loro si sono calati nella realtà della DAD spesso con piacere – continua il professor L.M. – per noi docenti non è stato un bello spettacolo vedere le loro facce assonnate, a volte ancora nel lettuccio, mentre facevano colazione, e rispondevano a stento all’appello via web”. Il docente riporta che durante la pandemia, almeno nella sua provincia, non c’è stato nessun concreto supporto statale per le famiglie in difficoltà: nulla è stato stanziato o erogato direttamente dallo Stato per acquistare PC utili a lavorare da casa in DAD, ma sono state le scuole a dover farvi fronte, smantellando i laboratori informatici e donando i PC a quelle famiglie che presentavano l’ISEE più basso. La sensazione diffusa è che l’utilizzo della DAD abbia reso questi adolescenti “sempre meno sociali e sempre più social”. E la denuncia del professore continua: “con la Ministra Azzollina, nel 2019/2020, c’è stata la promozione di massa, e questo ha poi causato enormi lacune nel successivo anno scolastico 2020/2021. Le conseguenze del COVID si sconteranno ancora nei prossimi anni, tanto sul piano della preparazione quanto su quello delle relazioni interpersonali”. Durante i mesi di confinamento in DAD il professore ricorda che “il primo grande problema delle famiglie è stato quello di procurarsi una connessione wifi, o perfino un computer. Per le famiglie numerose il problema era anche trovare un angolo di casa adeguato alla connessione con la scuola. Quando poi molti genitori hanno ricominciato a tornare a lavoro in presenza, hanno pure pressato affinché le scuole riaprissero e si riprendessero i figli in presenza. Risultato: per molte famiglie oggi la scuola è solo il posto dove i figli passano il tempo. Ed essere convocati a scuola perché il figlio ha creato problemi o non studia, per i genitori è solo un fastidio, tanto da arrivare a imputare la presunta colpa dell’indisciplina dei figli sui professori, giudicati incapaci e/o inadatti a svolgere quel ruolo”.
Questa sensazione di disastro sociale post-Covid non è stato invece percepito nelle scuole dell’infanzia. La maestra S.D, operativa in una scuola dell’infanzia, ricorda invece che “i bambini hanno vissuto la pandemia solo relativamente, perché erano schermati dalle rispettive famiglie, ma il rientro a scuola è stato accolto con entusiasmo perché hanno ritrovato gli amici, hanno ripreso a mangiare e lavorare insieme, e quindi a fare gruppo”. Sul piano familiare, però, il ritorno a scuola è stato utile tanto per le famiglie degli adolescenti quanto per quelle dei bimbi: “il post Covid è stato di certo un rasserenarsi, perché non tutte le famiglie erano in grado di sostenere la didattica a distanza, sia per mancanza di mezzi sia per scarsa cultura – ammette S.D. – e riportare i bambini a scuola ha rappresentato un ritorno alla normalità anche per le famiglie preparate con mezzi e cultura, ma impegnata col lavoro”. Emerge quindi uno stretto rapporto tra le capacità di accudimento basilari delle famiglie degli studenti e offerta formativa delle scuole, di ogni ordine e grado.
Addentrandosi nel contesto appena introdotto, scopriamo grazie al prof. L.M. che “da almeno 5 anni la scuola secondaria superiore ha iniziato il processo di I-padizzazione totale degli studenti, ma la digitalizzazione è diventata un business a tutto tondo, in cui il potere del marketing pervade le aule, e troppo spesso gli stessi docenti si trasformano in venditori di I-pad o computer, con margini di acquisto sufficienti ad arrotondare i ben miseri stipendi della scuola. Inoltre, se è vero che gli zaini dei ragazzi sono molto più leggeri, altrettanto vero è che questi ragazzi stanno dimenticando l’uso della penna e della carta. Il linguaggio utilizzato nei compiti è quello dei social, e questo produrrà enormi carenze in futuro”. Condannabile quindi non è l’utilizzo dei device informatici, ma il loro abuso incontrollato, i conflitti d’interesse associati alla loro allocazione e la scarsa tracciabilità dei proventi legati alla loro vendita.
Se chiediamo al professore cosa dovrebbe fare lo Stato per soddisfare le esigenze degli studenti, le risposte sono pronte e non lasciano spazio a trattazione: “bisogna ammodernare le strutture scolastiche, demolendo o destinando ad altro uso quelle più vecchie, e costruendone nuove di sana pianta; dotare le aule di connessioni web veloci e sicure; dare agli studenti ambienti luminosi e sicuri, situati in zone della città che siano facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici, che a loro volta dovrebbero essere ripensati in una logistica urbana più confacente alle necessità degli studenti”. Anche nella scuola dell’infanzia emergono simili bisogni, come denuncia la maestra S.D.: “Poiché quella dell’infanzia non è scuola dell’obbligo, i sussidi didattici sono diversi, ma comunque sono sempre mancati, e mancheranno sempre (Covid o meno). Nella scuola dell’infanzia si investe poco e male, con progetti di breve o medio termine che hanno il solo fine di portare guadagno agli istituti, a discapito della vera didattica che dovrebbe approfondire conoscenze e competenze. Servirebbero ingenti nuovi fondi per l’edilizia scolastica, con aule più capienti che eliminino le aule pollaio, che permettano l’assunzione di più docenti, che siano magari anche meglio preparati”.
E spostando l’attenzione dai discenti ai docenti, sia il professore che la maestra dimostrano di nutrire le identiche preoccupazioni e di coltivare identiche insoddisfazioni, nonostante il contesto di scuole secondarie superiori e scuole primarie dell’infanzia sia chiaramente molto differente.
“Nel 2000 è stata introdotta l’autonomia scolastica: ogni scuola è un’azienda che deve produrre budget, con un dirigente al posto del preside. Le aziende/scuola devono produrre risultati, sul duplice aspetto della formazione e del portafoglio – dice rammaricato il professor L.M. – Il Dirigente e il DSGA (direttore dei servizi generali e amministrativi) hanno la responsabilità di far quadrare i conti, decidono come spendere il budget di cui dispongono e devono decidere delle manutenzioni, degli acquisti e del resto. Il budget di partenza varia in base a diversi parametri, tra i quali c’è il numero di studenti iscritti: quindi si vende un prodotto, e se gli iscritti calano, cala anche il budget e di conseguenza il numero dei docenti, del personale amministrativo e dei collaboratori scolastici. Ne risulta, quindi, che il Dirigente è quasi costretto a non stare dalla parte dei docenti e del personale interno, ma dalla parte di alunni e famiglie, quindi dalla parte del suo business”. La L.107/2015, la cosiddetta “buona scuola” di Renzi, ha ulteriormente ampliato i poteri del DS e prevede di ampliarli ulteriormente.
Ogni tre anni, e con integrazione annuale, il DS e il DSGA contrattano con gli RSU d’Istituto come distribuire e suddividere il MOF (Miglioramento Offerta Formativa) tra i vari capitolati: beni strumentali, attrezzature, docenti, personale amministrativo e tecnico, ATA, etc. “In questo modo – sostiene il professor L.M. – ai lavoratori, alle persone, arrivano solo gli spiccioli. Il DS è sempre più il burocrate dello Stato che tiene sulla corda un esercito di insegnanti troppo spesso definiti fannulloni e indisciplinati. E si tratta sempre più di responsabilità non più protette neanche dai sindacati, che per le mitiche 18 ore del CCNL hanno svenduto tutta una serie di diritti e incentivi che sarebbe opportuno rivedere. Nella scuola, insomma, il merito non esiste”.
Non meno sfiduciata la maestra S.D. che dichiara: “anche la realtà della scuola dell’infanzia è sbagliata: la scuola dovrebbe essere la seconda agenzia educativa dopo la famiglia, ma oggi si pretende che sia la sola e unica. I bambini fanno numero, e i DS non sono didatticamente coinvolti: sono più capitani d’industria, che nulla sanno dell’insegnamento. Devono produrre numeri, in termini di utenza e di guadagno. I fondi, se e quando arrivano, sono in netto contrasto con i tempi, ma devono comunque essere utilizzati: pena, la revoca degli stessi. Così può capitare di essere trasferiti in sedi inadatte per spazi e mezzi, e di doverci stare anche a lungo. E troppo spesso il personale scolastico dipana matasse così aggrovigliate da doverci rimettere di tasca propria”.
Dalle testimonianze raccolte sul campo emerge che molto è peggiorato dal 2015, quando la Buona Scuola di Renzi ha introdotto il meccanismo di “valorizzazione del merito” per cui una parte del budget a disposizione del singolo istituto (o meglio, del DS e del DSGA) dovrebbe andare ai docenti meritevoli. Pur esistendo un apposito comitato di valutazione, la scelta finale spetta sempre e solo al DS. “E come in ogni categoria di lavoratori – afferma il professor L.M. – ci sono i docenti coscienziosi e quelli che fanno i furbi. Fino a 30 o 40 anni fa il Prof aveva carisma e considerazione sociale ben superiore a quella attuale. Voti e sanzioni erano accettate di buon grado dalle famiglie, senza discussione, come strumento di educazione fondamentale. Oggi non è per nulla così, e troppo spesso il DS è pronto a mettere in discussione l’operato del docente piuttosto che quello dello studente. Il docente oggi deve essere quindi non solo insegnante, ma anche psicologo: deve sforzarsi di entrare in sintonia con la classe e con le famiglie. Da qui, l’insoddisfazione dell’intera categoria, che ancor peggio manca di coesione interna: la compagine dei docenti è incapace di fare squadra e non si ribella compattamente agli stipendi bassi, né alla mancanza di incentivi reali, nonostante abbiano gli stipendi più bassi d’Europa” .
Identico malcontento vivono gli operatori della scuola dell’infanzia: “La scuola tutta deve recuperare il rapporto umano: i docenti hanno difficoltà a restare motivati, sono sempre più schiacciati dalla burocrazia senza senso se non quello di produrre numeri per raccogliere fondi, perché i progetti servono a fare cassa – afferma sconsolata la maestra S.D. – Il percorso dei docenti precari è troppo lungo: 20 o 25 anni di precariato sono troppi, e molti arrivano alla stabilizzazione quando mancano due anni alla pensione. Il sistema di reclutamento è imbrigliato in leggi volte solo a scoraggiare piuttosto che investire nell’insegnamento”.
Chiedendo ai due insegnanti interpellati come poter risollevare la situazione, nello spirito che fu di Calamandrei, le risposte sono lucide e tipiche di chi alle prese con i problemi si trova ad operare ogni giorno: “gli insegnanti delle scuole superiori di secondo grado dovrebbero avere una giornata lavorativa più lunga, fino a 40 ore settimanali, delle quali sempre 18 di lezione ma le altre dedicate a consigli, collegi, dipartimenti, formazione personale, assistenza e recupero degli alunni in difficoltà, correzione dei compiti e preparazione delle lezioni – sostiene il professore – E a questo dovrebbe affiancarsi una sostanziale modifica della carriera, perché non si può fare il docente di matematica fino alla pensione. Bisognerebbe introdurre un sistema di passaggi interni, con la diversificazione dei ruoli e la condivisione delle esperienze, per non appiattire l’ambiente generale; ad esempio, un docente dopo anni di merito potrebbe diventare tutor dei nuovi docenti, o potrebbe fare ricerca e sperimentazione, introducendo nuovi progetti comuni, magari condivisi per area disciplinare. Inoltre, sarebbe opportuno che il DS non fosse più calato dall’alto, ma scelto dallo stesso corpo docente della scuola, quindi non imposto su basi clientelari o politiche ma prescelto su solide basi di merito, conoscenze e spessore umano e professionale. Questo muterebbe lo scenario anche in termini di investimenti da parte dello Stato, non solo per gli stipendi ma anche per l’organizzazione stessa della giornata scolastica, sia dei docenti che degli alunni”. E l’idea dell’insegnante di scuola dell’infanzia sembra andare nell’identica direzione: “Lo Stato non dovrebbe solo sfoltire l’iter per diventare insegnanti, ma dovrebbe anche investire sulle risorse, con temi che facciano futuro e non solo numeri – dichiara la maestra – Serve un’azione sinergica che rompa del tutto col passato, ma serve tanto coraggio per farlo, e tanta voglia reale di farlo. I veri eroi sono i troppi precari chiamati ogni giorno a tappare le falle degli insegnanti di ruolo, spesso sfiduciati, demotivati e non preparati quanto i precari: perché questi precari sono i veri eroi della scuola”.
La preoccupazione del professore liceale diventa tangibile quando si chiede “quanta importanza la Repubblica Italiana vuole dare alla formazione dei propri giovani? Quanto vuole davvero investire su di loro? Crede ancora che un popolo istruito e una scuola libera e aperta a tutti siano doveri costituzionali, come recitano gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione, o vuole delegare questo compito ai privati?”.
Gli fa eco la maestra d’asilo quando chiosa: “La soluzione è restare umani, perché lo studente è un progetto per il futuro. La mancata realizzazione della carriera anche solo di uno studente è il fallimento di quell’intero progetto. Se facessimo anche solo intravedere agli studenti uno spiraglio di quanto la scuola tenga a vederli realizzati, allora gli studenti quel futuro lo vedrebbero davvero, e vorrebbero davvero conseguirlo. Perché le parole sono belle, ma i fatti sono straordinari”.