Approfondimento

Libertà di stampa: l’Italia non è un Paese per giornalisti

C’è sempre chi sta peggio, dice un vecchio adagio popolare; ma non è una magra consolazione quando si parla di diritti umani o civili e, nel caso specifico, di uno dei diritti fondamentali da poter esercitare: la libertà di stampa. Secondo Joseph Pulitzer, padre del giornalismo, una stampa libera è una sorta di corte suprema cui potersi affidare o appellare, da parte dei cittadini, per pretendere la rettitudine: in primis dalle istituzioni. Una stampa libera dovrebbe, dunque, avere le sembianze di un Cerbero in carne ed ossa che, dotato di tre teste e di un ringhio mostruoso, possa essere messo nelle condizioni ideali per osservare contemporaneamente – e con sguardo torvo – i palazzi del potere, le lobby e la criminalità organizzata. Sempre più spesso, però, vediamo relegata la stampa al ruolo di un passerotto in gabbia, al quale è consentito di poter volare solamente in un angusto spazio limitato, in attesa del quotidiano gesto benevolo del padrone che lo alimenta; o al ruolo di spettatore non pagante, laddove si è persa la sana abitudine di fare domande scomode alle istituzioni, ma sicuramente utili ai cittadini. A fotografare la situazione drammatica della stampa nel globo è, come ogni anno, Reporter Senza Frontiere (RSF) che fornisce diverse voci analitiche la cui sommatoria determina il ranking mondiale per ciascun Paese. C’è il ranking generale e poi ci sono cinque indicatori differenti: gli indicatori politici, che determinano il grado di libertà o di pressione esercitata sugli organi di stampa da governi o attori politici in senso più ampio; gli indicatori economici, che valutano le restrizioni – per l’appunto economiche – vincolate alle politiche governative, agli attori non statali e agli editori; gli indicatori legali, che spiegano come la stampa sia soggetta a censure oppure a politiche non in grado di proteggerne e tutelarne adeguatamente la professione; gli indicatori socio-culturali, che sono collegati ad aspetti di genere, etnici o religiosi; infine ci sono gli indicatori di sicurezza per il lavoro giornalistico, che sono facilmente intuibili in quanto richiamano la cornice all’interno della quale quotidianamente un giornalista deve muoversi, anche fisicamente, per trovare le notizie. Di norma sono gli aspetti collegati agli indicatori legali e agli indicatori socio-economici a determinare il fenomeno conosciuto come auto-censura; lì dove l’auto-censura non sia ritenuta sufficiente per tenere ben saldo il bavaglio sulla bocca del giornalista, si ricorre – in Paesi come l’Italia – alle cosiddette querele temerarie.

 

Che situazione abbiamo oggi nel mondo? Ci sono Paesi in cui giornalisti, blogger e fotoreporter si trovano in stato detentivo o addirittura hanno subito condanne; peggio ancora a volte vengono uccisi o di loro si perdono le tracce: è questo il caso estremo di Paesi come Messico, Iraq e Repubblica Democratica del Congo stando ai dati segnalati da Reporter Senza Frontiere (RSF). I casi in generale si riferiscono a un arco temporale anche di diversi anni, fino a comprendere naturalmente anche il 2025. Com’è facile intuire, i conflitti in corso hanno fatto impennare – ad esempio in scenari come il Medio Oriente – il  numero di giornalisti detenuti, dispersi o uccisi. Il record negativo spetta però alla Cina, con i suoi 115 casi segnalati di operatori dell’informazione in carcere, tra attese di giudizio e condanne, oppure agli arresti domiciliari e solo pochi sono quelli fortunatamente rilasciati. A seguire sono menzionati gli altri Paesi con, tra parentesi, i casi totalizzati – superiori almeno alla decina, sempre aggiornati da RSF – di giornalisti sottoposti a restrizione della propria libertà, secondo quanto risulta alla data del 23 giugno 2025: Siria (69), Myanmar (64), Russia (61), Bielorussia (47), Vietnam (39), Azerbaigian (33), Iran (27), Israele (26), Arabia Saudita (21), Egitto (20), Afghanistan e Turchia (14). Tra il ’94 e il ’96 si sono registrate sparizioni in Paesi come Repubblica Dominicana, Bosnia-Erzegovina, Repubblica Democratica del Congo e Algeria; i due casi più datati di operatori dell’informazione spariti nel nulla risalgono al 1980 e riguardano El Salvador e Guatemala. L’Italia naturalmente non risulta, attualmente, tra i Paesi in questione ma – come ricorda il portale di Ossigeno per l’Informazione, che ha dedicato una bacheca online in memoria dei giornalisti uccisi – dal 1960 al 1993 il nostro Paese ha visto cadere undici martiri del sano giornalismo in territorio nazionale mentre tentavano con assoluto senso del dovere di svolgere il proprio lavoro: cercare la verità, nonostante terrorismo, mafie e una politica evidentemente incapace di tutelarli. Altri diciannove operatori dell’informazione italiani sono invece caduti – anche più recentemente – in territorio estero, molto spesso in scenari di guerra. A fronte di questo, c’è un dato che comunque colpisce: nonostante in Italia la stampa non sia soggetta a repressione di tipo coercitivo e non ci siano stati, in anni a noi vicini, eventi di tipo terroristico o bellico in territorio nazionale, balza agli occhi come sia necessario risalire addirittura al lontano 2007 per trovare il nostro Paese al 35° posto del ranking globale di RSF, ossia almeno tra i primi 40 Paesi al mondo per libertà di stampa.

 

Dove vanno dunque ricercate le colpe? Bisogna andare oltre la natura pavida di taluni singoli giornalisti – forse inadatti al ruolo – che però non basta da sola a giustificare i limiti di un intero sistema con la ruggine fin dentro al midollo. L’Italia è al 49° posto al mondo nel 2025; era al 58° posto nel 2022 e addirittura al 77° posto nel 2016: nell’ultimo decennio la media italiana è un’indecorosa 52esima posizione in questa classifica mondiale per libertà di stampa. Se si guarda con attenzione la mappa geografica di Reporter Senza Frontiere (RSF), si nota che i Paesi appaiono con cinque colori diversi a seconda del ranking; si passa così dal verde di quelli ai primi posti al rosso di chi chiude la classifica, in mezzo ci sono i Paesi in giallo e quelli in arancione chiaro o arancione scuro: l’Italia è in arancione chiaro. Attualmente l’Italia è il peggior Paese dell’Europa occidentale, escludendo i Balcani: lì ci sono Paesi pessimi come Serbia al 96° posto, Bosnia-Erzegovina all’86° e Croazia al 60°; ma ci sono anche Paesi virtuosi come Slovenia, Montenegro e Macedonia del Nord che non vanno oltre il 42° posto. Prima dell’Italia ci sono Tonga, Belize e Stati Caraibici dell’Est; dopo l’Italia ci sono Mauritania, Mauritius e Ghana. Le prime 7 nazioni in Europa e nel mondo sono Norvegia, Estonia, Olanda, Svezia, Finlandia, Danimarca e Irlanda; la Norvegia è ininterrottamente prima dal 2017. Anche in base agli indicatori politici, l’Italia è 49esima nel 2025 mentre era 57esima nel 2022; secondo l’indicatore economico, l’Italia è 56esima nel 2025 ed era 67esima nel 2022; in base agli indicatori legali, l’Italia è 44esima nel 2025 ed era 59esima nel 2022. Per quanto riguarda le restrizioni o l’auto-censura, derivanti da indicatori socio-culturali, l’Italia è 63esima nel 2025 mentre era 49esima nel 2022. Infine, secondo l’indicatore di sicurezza per il lavoro giornalistico, l’Italia è 44esima nel 2025 ed era 68esima nel 2022. Adesso proviamo a mettere un po’ sul tavolo le colpe sistemiche dell’Italia. La premessa è che sarebbe fin troppo ingenuo, riduttivo e fuorviante, ritenere che in Italia la stampa non sia libera perché ad esempio è previsto il carcere per un reato come la diffamazione; la stessa Consulta, in un comunicato del 2021, spiegò che non è di per sé incompatibile con la libertà di manifestazione del pensiero, prevista dalla Costituzione, la possibilità per un giudice di applicare la pena detentiva a chi, ad esempio, si sia reso responsabile di divulgazione di informazioni palesemente false al solo scopo di arrecare un danno ad altri, non mosso cioè da alcuna volontà di fornire notizie al pubblico. Può questo aspetto frenare davvero un sano giornalismo? Non è invece più probabile che i problemi veri, in certo senso quasi ‘endemici’ in Italia, vadano ricercati altrove? Essi vanno ricercati nell’estrema debolezza di un mestiere basato per lo più su contratti precari con cronisti che, per pochi denari, rischiano a volte nei territori più difficili anche l’incolumità fisica e non sanno neanche se per l’anno successivo avranno ancora quel contratto o saranno disoccupati; vanno ricercati nella concentrazione dell’editoria in mano a pochi grandi gruppi di capitalisti, con tutto quel che ne può conseguire anche per quanto riguarda i cosiddetti conflitti d’interesse; vanno ricercati nella mancanza, finora, di una volontà politica delle istituzioni italiane nel porre freno al vergognoso e orrido problema delle querele temerarie. Fortunatamente il Parlamento europeo ha approvato, nel 2024, una direttiva comunitaria conosciuta come “direttiva anti Slapp” che dovrà essere, naturalmente, recepita da ciascuno dei singoli Stati membri: tra i suoi effetti dovrà esserci una maggior protezione dei giornalisti – e degli attivisti in generale – contro gli strumenti legali portati avanti, spesso da gruppi di potere, contro di loro al solo scopo di imbavagliarne e intimidirne il sacrosanto dissenso. Slapp è un acronimo che sta per “strategic lawsuits against public participation”e indica un malcostume velenifero ai danni della democrazia che in Italia, purtroppo, ha spesso messo i bastoni tra le ruote alle voci libere e sane: quindi, per qualcuno scomode.