Ieri il mondo avrebbe dovuto festeggiare il “Malala Day”. Ma neanche questo sembra più essere un valido motivo per festeggiare alcunché.
Una giornata per celebrare l’importanza dell’istruzione per i bambini di tutto il mondo. Un tema a noi caro, considerando che proprio il socialista Piero Calamandrei sosteneva che “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere”. E socialista (e pacifista) si è sempre dichiarata la stessa Malala Yousafzai: giovane pakistana premio nobel per la pace, nata il 12 luglio di 25 anni fa, cui l’ONU ha dedicato il Malala Day per evidenziare sempre i temi per cui lei combatte. Da energica attivista si batte per assicurare l’educazione obbligatoria e gratuita a tutti i bambini del mondo, e per la tutela dei diritti civili delle donne che vivono a latitudini più svantaggiate. E questo nonostante sia stata scomunicata dai talebani con apposito editto, e nonostante un grave attentato che la colpì dieci anni fa. Malala divenne celebre già a 13 anni quando fu incaricata dalla BBC di gestire un blog per documentare le brutture del regime talebano in Pakistan, cosa che nel 2012 l’ha resa vittima di un attacco talebano cui è scampata solo con la rimozione chirurgica dei proiettili che le avevano colpito il cranio. Per i talebani la ragazza è tuttora uno dei peggiori “simboli di infedeltà e oscenità”, e la osteggiano continuamente. Molti la ricordano quando, nell’estate del 2013, parlò all’Assemblea delle Nazioni Unite indossando lo scialle appartenuto a Benazir Bhutto per incitare i leader mondiali a garantire l’istruzione di tutti i bimbi del mondo. Il 10 ottobre 2014 si è aggiudicata il Nobel per la pace, diventando a soli 17 anni la più giovane vincitrice nella storia del premio, ma ciò per cui combatte sembra ben lungi dall’essere ottenuto. Secondo i recenti dati UNICEF, infatti, oggi nel mondo 129 milioni di ragazze sono fuori dalla scuola: 32 milioni dalla scuola primaria, 30 milioni dalle scuole medie e 67 milioni dai licei. Tra le ragioni di questi numeri impietosi ci sono povertà, matrimonio infantile e violenza di genere. In alcuni luoghi del pianeta le scuole non soddisfano neanche le più semplici esigenze di sicurezza o di igiene per le ragazze. In altri la didattica non è sensibile al rispetto del genere, e questo comporta un sensibile divario sia per l’apprendimento che per lo sviluppo delle competenze. Senza dimenticare che troppo spesso le famiglie povere, dovendo scegliere su chi dei figli investire nell’istruzione, preferiscono mandare a scuola i ragazzi. Se è vero, come è vero, che un sistema scolastico equo concorre alla prosperità di un paese, per le ragazze la frequenza scolastica contribuisce alla riduzione della violenza di genere e di pratiche dannose (come il matrimonio infantile e le mutilazioni genitali). Per i ragazzi, un’istruzione priva di stereotipi di genere significa restare più a lungo a scuola: in molti paesi le norme sulla mascolinità possono invece alimentare il disimpegno dalla scuola, il lavoro minorile, la violenza tra bande e il reclutamento in gruppi armati, perché considerate fonte facile e immediata di guadagno. Ma globalmente un bambino su tre di età compresa fra i 5 e i 17 anni, che vive in paesi colpiti da conflitti o disastri, non frequenta la scuola. Un dato chiaro, per cui oltre un terzo della popolazione mondiale vive fuori dalle scuole. Sono dunque 303 milioni i bambini e i giovani che nel mondo non vanno a scuola. Chi si occupa quotidianamente di simili criticità sa bene che meno del 4% degli appelli umanitari globali sono dedicati all’istruzione; l’UNICEF chiede sempre maggiori investimenti per un’istruzione di qualità, dove giovani e bambini possano apprendere in ambienti sicuri, anche in quei paesi colpiti dalle emergenze umanitarie complesse e dalle crisi protratte nel tempo. Le statistiche demografiche prevedono che entro il 2030 il numero di persone tra i 10 e i 19 anni arriverà a 1,3 miliardi, con un aumento dell’8% rispetto a oggi. Solo se si riuscirà a garantire loro un‘istruzione di qualità e migliori prospettive lavorative avremo una forza lavoro valida, capace di produrre maggiori dividendi economici e sociali. Se invece falliremo in questa missione, la povertà e il disagio sociale prenderanno ulteriore sopravvento. Già Diogene era convinto di questo stretto nesso tra futuro generazionale e civiltà statale: infatti era lui a sostenere che “le fondamenta di uno Stato stanno nell’istruzione dei suoi giovani”. Se oltre a quanto appena ricordato si aggiungono i danni apportati sui giovani e sui bambini dai due anni di pandemia, emerge che le zone del mondo più penalizzate sono state proprio quelle a basso e medio reddito, dove il blocco di apprendimento dovuto alla chiusura delle scuole ha lasciato fino al 70% dei bambini di 10 anni incapaci di leggere o capire un testo semplice, rispetto al 53% pre-pandemia. L’UNICEF calcola che, solo in Etiopia, i bambini della scuola primaria abbiano imparato dal 30 al 40% in meno della matematica che avrebbero appreso durante un normale anno scolastico. Ma negli Stati Uniti la situazione non è stata più rosea, perché sono emerse perdite di apprendimento in molti Stati tra cui Texas, California, Colorado, Tennessee, North Carolina, Ohio, Virginia e Maryland. In Texas i due terzi dei bambini di terza elementare sono risultati al di sotto del loro livello di matematica nel 2021, rispetto alla metà dei bambini nel 2019. E i dati in Europa non sono affatto migliori. La presenza di Paesi occidentali nella lista di quelli che evidenziano problemi sul fronte dell’istruzione rivelano come la pandemia abbia scatenato penalizzazioni anche in luoghi insospettabili, come nel “ricco” Occidente, mettendo in luce forti disparità e aggravando anche i numeri della dispersione scolastica. Le difficoltà di accesso ai luoghi dell’apprendimento e le scarse possibilità di studiare a distanza per molte famiglie hanno inciso sull’abbandono scolastico, in contesti di vita già di per sé drammatica. In Brasile circa 3 bambini su 4 della scuola elementare non riescono a leggere, rispetto a 1 bambino su 2 pre-pandemia, e 1 studente brasiliano su 10 – tra i 10 e i 15 anni – ha riferito di non avere intenzione di tornare a scuola una volta riaperte. E le cose non vanno meglio in Sudafrica, dove gli scolari sono pressoché indietro di un intero anno scolastico rispetto a dove dovrebbero essere, e quasi 500 mila studenti hanno del tutto abbandonato la scuola tra marzo 2020 e luglio 2021. Ma il mancato apprendimento per i bambini del mondo non è stato l’unico pesante danno provocato dalla pandemia. La chiusura delle scuole ha avuto un impatto sulla salute mentale dei bambini, e questo li ha esposti a un maggior rischio di abusi. Oggi un numero crescente di dati dimostra che il Covid ha causato alti tassi di ansia e depressione tra i bambini e i giovani. Ne risulta compromessa anche l’opportunità di un’alimentazione regolare, perché oltre 370 milioni di bambini nel mondo hanno saltato i pasti scolastici durante la chiusura delle scuole, perdendo quella che per molti di essi è l’unica fonte affidabile di cibo e nutrizione quotidiana. Per quanto riguarda il nostro paese, nel solo 2020 il 13,1% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenza media. È un dato molto allarmante, considerata la media europea del 9,9% e il fatto che l’Italia si trova già da tempo agli ultimi posti della classifica. Eppure, Malala è proverbiale nel ricordarci che “Essere i primi della classe non ha nessuna importanza, se non puoi studiare affatto. Quando qualcuno ti toglie la penna di mano, allora sì che capisci davvero quanto sia importante l’istruzione.” In base ai dati appena riportati, dunque, possiamo e dobbiamo solo augurarci che il Malala Day abbia più spazio sul calendario e nei programmi di tutti i governanti del mondo.
Malala: la socialista che lotta per l’istruzione universale