Cronaca

Ospedale pediatrico Meyer. Psichiatria al completo

La notizia è odierna, ma gli esperti sanno da anni che il suicidio costituisce la seconda causa di morte tra i 15 e i 24 anni, e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5.
Gli esperti sanno anche, da due anni a questa parte, che questi dati hanno subito forti incrementi a causa della pandemia in atto.
I fenomeni di ideazione suicidaria e i tentativi di suicidio sono passati dal 36% dell’aprile 2019, al 61% dell’aprile 2020, fino al 63% di gennaio 2021.
Gli ultimi dati UNICEF, pubblicati pochi giorni fa, riportano che nella sola Europa 9 milioni di adolescenti (tra i 10 e i 19 anni) convivono con un disturbo legato alla salute mentale, e il suicidio permane seconda causa di morte tra i giovani: ogni giorno tre ragazzi si tolgono la vita.
Solo gli incidenti stradali causano più decessi in questa fascia d’età.
Questo trend è valido anche tra gli adolescenti statunitensi e britannici, e per questo si identifica il fenomeno come strettamente correlato all’aumento dei disturbi dell’umore in età evolutiva “nei Paesi ad alto reddito”.
Alto reddito. Perché studi simili in Rwanda non risultano effettuati. E neanche in Libano. E nemmeno in Papua Nuova Guinea.
Dunque i giovani benestanti occidentali fanno registrare ospedalizzazioni psichiatriche in aumento dal 17% al 45% nell’ultimo anno, insieme a comportamenti autolesivi pari al 52% dei ricoveri odierni rispetto al 29% di un anno fa.
Ma anche i soli fenomeni depressivi e ansiosi non sono da meno: i casi sono raddoppiati, rispetto alle stime prepandemiche, e le analisi dei ricercatori riportano tassi sempre più alti col progredire della pandemia, in particolare negli adolescenti più grandi e nelle ragazze. I soggetti ansiosi sono passati dai 19% al 64%; quelli depressi dal 22,3% al 43,7%. E tra questi sono stati inclusi anche bambini fino ai 12 anni.
Dati raccolti simultaneamente dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e da quello infantile Regina Margherita di Torino segnalano un aumento di accessi al pronto soccorso per disturbi psichiatrici dei quali il 90% riguarda giovani tra i 12 e i 18 anni che tentano di togliersi la vita, con un numero di ricoveri per tentato suicidio che è cresciuto dai 7 del 2009 ai 35 del 2020.
Nel nord Europa il 26% dei ragazzi ricorre l’autolesionismo (uno su quattro); in Italia siamo attorno al 20% (uno su cinque).
Il fenomeno non si è manifestato immediatamente in tutta la sua gravità. All’inizio, con la chiusura delle scuole e delle strutture sportive, la cosa è stata vissuta in maniera positiva dei ragazzi a causa della minor pressione esercitata su di loro dal contesto scolastico e agonistico. In seguito ha prevalso il senso di solitudine e il contestuale disagio familiare legato al fatto di vivere confinati nella propria stanza, lontani dai propri amici confidenti. L’impossibilità di relazionarsi con i propri coetanei comporta una diminuzione dell’affettività e uno speculare aumento dello stress, legato al senso di solitudine che altera i ritmi biologici standard connessi a sonno e alimentazione. Da qui le forme di psicosi più o meno gravi registrate dai clinici del settore negli ultimi due anni.
Sociologi e psichiatri sono preoccupati per l’onda lunga che potrebbe portare ad un peggioramento generalizzato delle condizioni già presenti prima della pandemia. Non sarà facile gestire le ricadute dei ragazzi che soffrono oggi di disturbi legati al comportamento sociale: saranno loro gli adulti che domani, con i medesimi disturbi odierni (se non acuiti) comporranno la società futura.
Il rappresentante Unicef per le Istituzioni dell’Unione Europea, Geert Cappelaere, dichiara: “Ora sappiamo che non agire ha un costo elevato. La perdita annuale di capitale umano che deriva dalle condizioni generali di salute mentale dai 0 ai 19 anni è di 50 miliardi di euro”.
Su quali assi cartesiani si disegna, il capitale umano? Quale scala di grandezza lo rappresenta?
Franklin Delano Roosevelt amava dire ai giovani: “i dubbi alla vostra realizzazione di domani, sono i vostri dubbi di oggi”. Dati alla mano, e Covid permettendo, speriamo che Roosevelt almeno in questo si sia sbagliato.