L’ex direttore di Le Monde, Eric Fottorino, ha da poco scritto una pièce a dir poco caustica, che non si discosta dal suo stile sarcastico di giornalista d’inchiesta con decenni di esperienza. Presentato ieri al Circolo dei Lettori di Torino nell’ambito del Festival del Classico, il testo inedito riporta il dialogo tra un turista alquanto atipico e un pescatore ancora più atipico che si incontrano sull’isola di Lesbo, in un mondo proiettato nel futuro. Un futuro distopico che nulla ha da invidiare a quelli di George Orwell, Adolf Huxley o Alan Altieri: il pescatore pesca cadaveri, e il turista vuol farsi pescare.
Del resto il titolo di questa geniale e macabra proiezione è “La pêche du jour” – la pesca del giorno. Sì, perché nel Mediterrano del futuro prossimo si è affermato un commercio floridissimo basato sul ripescaggio dei migranti morti, che sono accuratamente selezionati in base allo stato delle loro salme dopo il naufragio, classificati per nazionalità e venduti più o meno lecitamente ai migliori acquirenti. Tra questi, ministri e diplomatici gareggiano per accaparrarsi le carni di donne e bambini, che sono indubbiamente le più pregiate.
Sul piano stilistico la purezza del linguaggio stupisce per crudeltà e nitore: nessuna virgola di favore, nessuna parola che induce al barocco, nessun ricamo per ammorbidire un tema troppo scottante.
Del resto, intervistato in merito alla genesi di questa sua creazione, Fottorino ribadisce l’esigenza di tornare ad utilizzare le parole come armi, perchè la reiterazione delle parole stesse comporta la naturale perdita del loro stesso valore. La ricetta è dunque tornare a scavare nelle coscienze usando parole concise, asettiche, crude, affilate come coltelli, o scalpelli che servano a rimuovere il torpore della non curanza dalle nostre coscienze.
“Quando la merce è troppo rovinata” – narra il pescatore – “abbatto i prezzi. Lo facciamo per gli avanzi della pesca. I poveri spiano le nostre barche. Ci liberiamo dei pezzi meno buoni o dei corpi smembrati, un braccio di qua, una testa qualche volta, quando gli squali sono arrivati prima di noi. Trovo chi me li prende. Come per i morti di freddo. D’inverno il mediterraneo può anche essere ghiacciato. Scende di temperatura, come il nostro grado di umanità. Non lontano da zero. Soprattutto di notte. L’organismo si paralizza, i muscoli si contraggono. Pelle, carne, tutto diventa duro. Difficile da preparare. E allora io svendo. Almeno me ne libero”.
In fondo, noi tutti ci liberiamo dei nostri scrupoli quando sappiamo che le ONG e le guardie costiere intervengono a recuperare i naufraghi. Ci liberiamo dei sensi di colpa, ci confortiamo all’idea che i nostri governanti sapranno risolvere anche la questione dei migranti che sempre più numerosi si affannano a superare 300 km di mare aperto tra Nordafrica e Sicilia. Ci confortiamo nel sapere che nelle cabine elettorali esercitiamo il nostro diritto di scegliere come andranno le cose.
E se un domani, non tanto remoto, la pesca dei cadaveri extracomunitari sarà un dato di fatto, potremo sempre dire che comunque noi, nella democrazia, ci crediamo.
Come dice il pescatore di Fottorino: “Ci sono parole che puzzano a forza di non servirsene più. Parole come cadaveri. Parole in decomposizione. Ne vuole sentire qualcuna? Accoglienza. Mutualità. Solidarietà. Cura. Calore, Riconforto. Compassione. Hanno un cattivo odore. Non le sembra?”.
La decisione di pubblicare questo libro, prossimo alle stampe, è un atto di coraggio; così dice l’autore. E il coraggio forse è quello che proprio i migranti ci insegnano. O non vi sembra?