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Regno Unito, Francia e Italia: missili a lungo raggio per la difesa attiva dell’Ucraina

L’Ucraina disporrà finalmente di un sistema efficace di reazione in profondità contro gli attacchi missilistici russi. Non si tratta soltanto di sostenere le capacità di difesa aerea del Paese aggredito ridotte ormai al lumicino.

Durante l’incontro dei Volenterosi, ieri a Kiev, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione Sovietica, il premier britannico Andy Burnham ha autorizzato MBDA, il consorzio europeo per la produzione di tecnologia militare, a condividere informazioni classificate sui componenti britannici del missile francese a lungo raggio SCALP, consentendo a Ucraina e Francia di completare l’assemblaggio dei missili nelle fabbriche cogestite sul territorio ucraino. Lo SCALP è il gemello dello Storm Shadow: entrambi incorporano tecnologie francesi, britanniche e italiane. MBDA è infatti partecipata da Regno Unito, Francia e Italia e controllata da Airbus Group con il 37,5% delle quote, BAE Systems con la stessa percentuale e dall’italiana Leonardo, a controllo pubblico, con il 25%. Il governo italiano non ha posto obiezioni.Regno Unito, Francia e Italia hanno già in passato fornito gli Storm Shadow all’Ucraina che li ha impiegati contro obiettivi russi in Crimea e nel Mar Nero.

La decisione del governo britannico “non fa che gettare benzina sul fuoco”, ha detto il consigliere del Cremlino Andrei Fedorov minacciando che “fonti sconosciute” potrebbero colpire le fabbriche del Regno Unito produttrici di droni e componenti missilistici. Andy Burnham ha replicato subito “Chi ha appiccato l’incendio?”, dando prova di reggere anche il confronto mediatico.

Secondo il Telegraph la Russia ha già reclutato bande locali per lanciare la campagna di attacchi contro le fabbriche di armi europee. Di fronte alla determinazione britannica, ma non soltanto britannica, da chiedersi se le cautele, e a volte le reticenze, che hanno spesso caratterizzato la politica estera dei governi italiani nei decenni della guerra fredda -con l’eccezione di Craxi a Sigonella nell’85- siano sempre state giustificate da una presunta capacità di difendere la posizione italiana nei contesti geopolitici o se con il loro bizantinismo mediterraneo abbiano piuttosto sortito l’effetto di allontanare sempre di più il comune sentire degli italiani dalla capacità di riconoscere la parte giusta nei momenti di tensione internazionale e dall’accettare come popolo la dose di sacrificio che richiede il dovere di affrontarli.

Alla riunione dei Volenterosi hanno partecipato molti leader europei da remoto e il presidente del Consiglio europeo, António Costa. Rinnovati l’impegno comune ad aumentare il sostegno militare a Kyiv e intensificare le sanzioni contro l’industria militare russa, e l’appello per un cessate-il-fuoco. Ma Il presidente ucraino che alla vigilia del vertice aveva annunciato un piano con Stati Uniti e Unione europea per porre fine alla guerra, ha ribadito cosa significa lavorare per la pace: “I fatti sono semplici: fermare questa guerra ora, e con essa la corsa globale alle armi, è meno costoso che costruire asili e scuole materne sotterranee o enormi bunker per infrastrutture critiche più tardi -ha detto-. Fermare Putin ora è meno costoso che cercare di proteggere ogni porto e ogni nave dai terroristi con droni marittimi”.

L’Europa, con qualche distinguo, si mostra unita: in queste ore ha deciso l’aumento dell’impegno economico a favore dell’eroico popolo ucraino, apprestandosi ad anticipare parte del prestito approvato da 90 miliardi di euro e approvando lo stanziamento di 6,1 miliardi di euro per sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar. Un impegno condiviso anche dalla Norvegia che ha confermato per il 2027 i 9 miliardi di dollari stanziati quest’anno.

Necessari Insomma i tentativi di giungere alla pace per via diplomatica ma non a costo che i Paesi europei diventino vittime di una guerra ibrida che vorrebbe fare del pacifismo lo strumento per disorientare l’opinione pubblica e ritardare la messa a punto di una strategia difensiva condivisa: la difesa dell’Ucraina, e insieme quella dell’Europa, non possono essere messe a rischio da scelte politiche ambigue che rafforzerebbero l’aggressore. La proposta di tregua presentata in sintesi da Volodymyr Zelensky prevederebbe -ma solo dopo il cessate il fuoco- la creazione di una fascia cuscinetto come zona economica libera, e liberata dalla presenza delle forze armate ucraine e russe, da affidare all’amministrazione di un organismo terzo riconosciuto dalle parti. E naturalmente le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, tutte però da definire. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato esercitazioni militari comuni tra ottobre e novembre per verificare la capacità interoperativa della forza multinazionale che dovrebbe intervenire in Ucraina alla fine della guerra.

L’Italia non parteciperà. Alla proposta di pace sembra che gli stessi Stati Uniti non diano molto peso: la loro mancata partecipazione alle celebrazioni ucraine e l’assenza di comunicazioni con i vertici ucraini per il momento definiscono una fase di basso profilo della superpotenza nello scenario dell’Europa orientale. E tantomeno gli stati Uniti sembrano intenzionati a onorare la mezza promessa, lasciata trapelare da Zelensky nell’ultimo incontro col presidente Trump a Washington il 27 luglio, di autorizzare l’Ucraina a produrre i missili intercettori Patriot tramite accordi con la Lockheed Martin.

Per questa ragione l’esercito ucraino sta colpendo con frequenza le raffinerie di petrolio russe come quella di Afipsky, ieri, e per la seconda volta nella notte tra il 23 e il 24 agosto il complesso industriale-militare di Kamensk in Russia.

Nelle stesse ore un vertice di emergenza ha riunito a Kyiv Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Norvegia e Svezia per il rafforzamento della difesa aerea. Si sono infatti moltiplicati gli episodi di sconfinamento di droni nei cieli di molti di questi Paesi, e di altri non presenti all’incontro come la Romania particolarmente soggetta a tali episodi negli ultimi mesi. E Ieri il valico di frontiera con la Moldavia è stato chiuso per un attacco russo con droni shaed al checkpoint di Vynohradivka. La guardia di frontiera ucraina ha comunicato che il traffico viene deviato verso altri valichi. Il ministro degli Esteri ucraino

Andrii Sybiha ha ricordato che “Si tratta già del terzo attacco russo contro i valichi di frontiera ucraino-moldavi nelle ultime due settimane”. E ha continuato: “Lo schema è evidente: la Russia sta deliberatamente cercando di interrompere i collegamenti di trasporto tra i nostri Paesi e di destabilizzare la regione. Chiediamo alla comunità internazionale di condannare gli attacchi sistematici della Russia contro i corridoi di trasporto civile e le infrastrutture di confine critiche”.

Claudio Rocco