Esteri

Il filo rosso di Downing Street

Di Photo: Sergeant Tom Robinson RLC/MOD, OGL v1.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=79820618

Quattro anni e mezzo di guerra, quattro primi ministri a Downing Street, ma una sola, immutabile linea geopolitica. Nonostante i sommovimenti interni, i cambi di governo e le crescenti pressioni economiche, il Regno Unito non arretra di un millimetro: l’obiettivo finale di Londra resta la vittoria militare dell’Ucraina sul campo, considerata l’unica condizione possibile per garantire «una pace giusta e duratura».

Dal sostegno iniziale di Boris Johnson, passando per i brevi mandati successivi fino agli attuali inquilini del potere a Londra, la strategia britannica ha mostrato una continuità transpartitica raramente vista nella politica contemporanea. Mentre in altre capitali occidentali il dibattito sul sostegno a Kiev oscilla tra l’invio di nuovi aiuti e la tentazione di spingere per un compromesso territoriale, il Regno Unito blinda la sua posizione intransigente.

Nessun compromesso: Londra rifiuta l’idea di una pace congelata che lasci territori in mano russa.

Forniture strategiche: Il governo continua a guidare la coalizione internazionale per l’invio di armamenti avanzati.

Deterrenza a lungo termine: La dottrina diplomatica britannica vede nella sconfitta di Mosca l’unico argine a future aggressioni nello scacchiere europeo.

La fermezza britannica non risponde solo a una logica di solidarietà transatlantica, ma riflette l’ambizione della “Global Britain” post-Brexit. Posizionandosi come il partner più intransigente e affidabile di Kiev, il Regno Unito punta a mantenere un ruolo di primo piano nella sicurezza europea, bilanciando le timidezze di alcuni alleati continentali e le incertezze della politica interna americana.

La scommessa di Londra è altissima. Ma dopo 54 mesi di conflitto, il messaggio che arriva oltremanica è chiaro: la pace non si negozia sulla debolezza, si conquista sul campo.

È una lezione di orgoglio che mette a nudo le nostre vigliaccherie quotidiane. Ci siamo abituati a chiamare “realismo” la nostra paura, “moderazione” il nostro disperato desiderio di non essere disturbati nelle nostre comode vite occidentali. Ma la storia, quella vera, non si fa con i compromessi che salvano la faccia ai carnefici. Si fa sbarrando la strada, come fece questa stessa isola quando era sola contro il mostro che divorava il continente.

Forse è cinismo geopolitico, forse è l’ultimo sussulto di un impero che non vuole morire. O forse è solo la comprensione, disperata e lucida, di ciò che noi abbiamo dimenticato: la libertà ha un costo che non si può pagare a rate. E se non si combatte oggi nel fango di Kiev, domani si piangerà tra le macerie delle nostre illusioni. Londra lo sa. E noi, come sempre, guardiamo dall’altra parte, sperando che il lupo si accontenti della nostra sottomissione.

Giuseppe Basilico