Lettere al Direttore

Scrive Frank Gagliardi:
L’estate sta finendo e stanno finendo pure le sagre dei paesi

Alcuni anni fa i Righeira cantavano: L’estate sta finendo e un anno se ne va…in spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più. Canzone nostalgica che parla della fine dell’estate ma anche come metafora della giovinezza e dell’amore spensierato. E io ora canto: L’estate sta finendo e sono finite le sagre dei paeselli, quelle feste popolari dedicate a un cibo tipico del posto. Si tengono solamente d’estate quando c’è più gente in giro, durano pochi giorni, animano vecchi e bambini, uomini e donne, alla ricerca di un po’ di relax e di divertimento. E poi? Moplen, direbbe il grande Gino Bramieri. Io dico: Oblio. I borghi vanno in completo letargo in attesa della nuova stagione. E le associazioni, le Pro Loco, i Sindaci, gli assessori, i volontari, che per pochi giorni all’anno hanno animato i nostri borghi al lavoro usato faran ritorno, ritorno alle loro solite occupazioni e abitudini lavorative. E sognano ad occhi aperti, accanto al braciere o al focolare, quando il vento fischia e nevica la frasca, le spaghettate, i panini con la salsiccia, la porchetta di Ariccia, i cullurielli, le grispelle, le melanzane ripiene, la pasta e fagioli, le cotiche, lo spezzatino. Il mangiare, le scorpacciate, il vino e la birra, hanno regalato ai nostri borghi morenti momenti di vera cultura, tradizione, musica, intrattenimenti e condivisione. Ormai è acclarato: Il livello culturale dei nostri borghi si misura dalla quantità dei panini venduti, dal numero degli spettatori occasionali che hanno partecipato alla manifestazione e dalla quantità degli scontrini del bar della piazza. Ma non si valorizza il territorio con le spaghettate, coi balletti in piazza, con le frittelle e il ballo del maialino pirotecnico, ci vuole ben altro. Va benissimo la sagra del culluriellu, del peperoncino e della melanzana. Vanno bene le spaghettate, ma queste sono manifestazioni che durano appena un giorno. Ottime le trippe, ottimi i fagioli nelle pignatte di terracotta, che soddisfano i palati fini dei visitatori occasionali venuti finanche dall’estero. Con questi eventi gastronomici i borghi si animano, si risvegliano dal lungo letargo. Queste manifestazioni, però, non sono vera cultura. Per far risorgere gli antichi borghi ci vuole ben altro. Ci vogliono scuole, cinema, teatro, biblioteche, centri sportivi, divulgazione di giornali, libri e riviste. I giovani non leggono più niente, nemmeno il Corriere dello Sport o la Gazzetta sportiva. I pochi adolescenti rimasti non hanno nessuna opportunità di poter impegnare il loro tempo libero in attività formative e culturali. Finite le feste cosa rimane degli antichi borghi? Solo il ricordo delle scorpacciate, della musica, dei balli, delle luminarie, dei fuochi d’artificio e del ballo del “Ciuccio”. E allora forse è arrivato il momento di fare feste più semplici e utilizzare energie e risorse per qualcosa che rimanga anche il giorno dopo. Finita la festa, gabbato lo santo. Le bancarelle, gli stand gastronomici, le luminarie vengono smantellate e riportate altrove e gli emigrati tornano nelle città dove vivono. E il borgo? Ritorna esattamente come era prima: Strade, vinelle e piazze deserte, case abbandonate, porte e finestre chiuse, nell’aria solo il fruscio delle foglie degli alberi e i cani randagi che scorrazzano per le vie deserte e i cinghiali nelle campagne incolte. E’ cambiato qualcosa? Nulla. I borghi sono rimasti sempre gli stessi e gli abitanti che li abitano sono sempre più vecchi e ogni giorno che passa la popolazione si assottiglia perché non ci sono matrimoni e nascite. Lenta agonia. Non si tengono in vita i borghi soltanto con le sagre. Quando si spengono i riflettori le sedie di plastica vengono stipate e le auto dei migranti pigliano la via del ritorno e i borghi ripiombano d’un tratto nei suoi tratti naturali, quelli che erano 350 giorni all’anno. Il silenzio che avvolge i vicoli, le strade, le piazze dopo la sbornia estiva non ha nulla di idilliaco. Risultato zero. Le sagre hanno lasciato qualche scontrino ai venditori della porchetta e della salsiccia e una illusione temporanea e montagna di spazzatura da smaltire il mattino dopo. Le case si chiudono, i nostri cari emigrati prendono la via del ritorno al Nord o all’estero senza alcuna intenzione di tornare.

 

Frank Gagliardi