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Dossier Giappone: da geishe a femministe.

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Se anche stavolta l’Italia non ha saputo scegliersi un presidente donna, basta pensare alla condizione in cui versa il Giappone per sentirsi meno peggio.
È dal XVII secolo, con lo shogunato Tokugawa e il confucianesimo come religione di Stato, che le donne giapponesi risultano confinate a ranghi infimi. Da allora sono tenute a seguire «tre obbedienze»: al padre, al fratello e al marito. E ancora oggi, anche nella futuristica Tokyo, quel retaggio è presente e molto radicato.
Si ricorderà che circa un anno fa Yoshiro Mori, capo dell’organizzazione delle Olimpiadi di Tokyo 2021, ha dovuto rassegnare le dimissioni per aver affermato che le donne parlano troppo, e che un incontro con molte direttrici nel consiglio di amministrazione “richiederebbe troppo tempo”.
Questo mentre il partito dei maggioranza permetteva sì a cinque donne di partecipare alle riunioni del consiglio, ma solo a condizione che “non proferissero parola”.
Solo la scorsa estate era stata chiesta al governo di Shinzō Abe una legge che proibisse l’obbligo dei tacchi in ufficio: non perché in Giappone esista una norma scritta che imponga tale vincolo, ma di fatto è impossibile per una donna trovare un datore di lavoro che non le chieda di indossarli.
Risultato? Non solo permane l’obbligo dei tacchi, ma alle donne è proibito anche l’uso degli occhiali. La discriminazione è cristallina: per una donna che non rispetti il dress code è molto difficile trovare lavoro, e comunque affronta ogni giorno il rischio di perdere il posto se rifiuta di rispettare le regole.
L’esecrabile condizione delle donne emerge anche dall’esito delle ultime elezioni del 31 ottobre 2021, che hanno registrato un calo proporzionale delle donne elette alla camera dei rappresentanti: solo 45 deputate su 465 seggi totali.
Oggi il Giappone si piazza al 164esimo posto su 190 paesi per la parità di genere in politica. Un comunicato dell’Inter-Parliamentary Union riporta che nel parlamento giapponese la percentuale di donne si attesta intorno al 10%, contro la media internazionale del 25%.
All’ultimo scrutinio il partito liberale democratico (oggi al potere) ha presentato meno del 10% di candidate, mentre il partito democratico costituzionale (principale forza di opposizione) si è dimostrato appena più audace con circa il 18% di candidate donne. Soltanto il partito comunista è arrivato al 35% e il partito socialdemocratico ad un “rivoluzionario” 60%.
Una prima timida apertura verso la parità di genere si è avuta a gennaio 2021 con la nascita della prima libreria dichiaratamente femminista a Tokyo, grazie all’imprenditrice Matsuo Akiko, donna coraggiosa che non solo ha fondato la casa editrice Ecc Books ma ha pure lanciato il movimento #metoo and you, che insieme all’altro gruppo della femminista Minori Kitahara ha dato luogo a numerose manifestazioni di piazza oggi conosciute come Flower Demo, le cui attiviste sostengono le migliaia di vittime di violenze e incesti che da sempre esistono nella subcultura nipponica. Dal 2019 ogni undicesimo giorno del mese una manifestazione si svolge a Tokio e in altre capitali (non solo asiatiche), per tenere alta l’attenzione sui temi sostenuti.
Così, poco per volta sono emerse numerose e scioccanti sentenze relative a reati sessuali gravi, come l’assoluzione di uomini che hanno stuprato bambine di 12 anni, spesso tra le mura domestiche o in ambienti lavorativi. E molto sono stati gli uxoricidi mai condannati, tanto che le vittime non trovano più il coraggio di intraprendere un percorso lungo e difficile che le porterebbe unicamente ad essere giudicate e a sentirsi perfino non protette o finanche osteggiate dai propri connazionali. Del resto, le statistiche più aggiornate del Gabinetto giapponese riportano che il 60% delle donne non denuncia le violenze subite.
Ma il movimento femminista è in crescita: le audaci femministe giapponesi lottano soprattutto contro le discriminazioni e la misoginia radicata, grazie anche al sito web dell’associazione che, nonostante i ripetuti costanti tentavi di chiusura operati dal prefetto Ishihara, raccoglie denunce di sessismo ed elabora periodicamente un elenco delle dichiarazioni pubbliche degli uomini politici giapponesi contro le donne. Eppure le reazioni negative contro il loro operato sono numerose, e non solo da parte maschile. Solo i più giovani sembrano cambiare lentamente mentalità, nonostante il mutamento sia lento e difficoltoso.
Il Giappone soffre di una forte denatalità e del conseguente invecchiamento della popolazione. Se a questo si aggiunge la costante precarietà del lavoro femminile, la situazione appare critica.
La struttura sociale, economica e familiare edificata fin dal 1945 permane come ostacolo principale per l’ottenimento della parità di fatto per le giapponesi. Questa struttura obbliga ancora oggi le donne a scegliere tra il matrimonio e la carriera: nella maggior parte delle imprese le neoassunte firmano un contratto che le obbliga ad abbandonare il lavoro in caso di matrimonio o gravidanza, anche se non esiste nessuna disposizione scritta nel codice del lavoro nipponico. Per questo motivo soltanto il 38% delle giapponesi torna al lavoro dopo la prima maternità, nonostante già dal 1985 il Giappone abbia ratificato una specifica convenzione per eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne. Fatta la legge, trovato l’inganno: i dirigenti d’impresa hanno aggirato la convenzione inventando un sistema “a doppia via” per cui le dipendenti sono tenute a scegliere tra l’opzione definita “via globale”, aperta alla promozione, e l’altra detta “via ordinaria”, priva di alcuna possibilità di carriera. Davanti al contratto di assunzione, insomma, le giapponesi devono scegliere l’una o l’altra soluzione, sapendo che la via globale significa sottomettersi a lunghe ore di lavoro, a notevoli e improvvisi spostamenti di provincia e soprattutto alle decisioni inappellabili dei dirigenti uomini.
A completare il quadro si aggiunga il gap retributivo: secondo il Ministero della Salute e del Lavoro giapponese, gli uomini tra i 49 e i 55 anni guadagnano in media 32.800 euro all’anno, mentre nella stessa fascia d’età le donne si fermano a meno di 21.500 euro all’anno.
Nel 2012 il primo ministro Abe Shinzo pose l’aumento del tasso di impiego femminile tra i pilastri delle sue riforme strutturali per rilanciare l’economia, ma da allora nessuno è riuscito a realizzare questo impulso a causa dello scetticismo e delle critiche nei confronti delle militanti femministe.
Le università giapponesi hanno aperto le porte alle ragazze soltanto dopo il 1945, e nel 2018 l’università privata di medicina di Tokyo è stata al centro di un grave scandalo: si abbassavano sistematicamente i voti riportati dalle candidate donne nel test di accesso al corso di studi, ovviamente per abbassare (e di molto) la percentuale di frequentatrici donne.
Se ciò non bastasse, il maggior ostacolo alla parità dei sessi continua ad essere rappresentato proprio dall’effettivo monopolio del governo da parte della destra conservatrice: il partito liberale democratico, fortemente conservatore, amministra il Giappone dal 1955, e questo contribuisce all’immobilismo sia della mentalità che della politica del paese.
Va detto che tra gli obiettivi dell’attuale governo figura la proposta di candidare più donne alle elezioni nazionali e portare la quota rosa al 35% entro il 2025. Arduo compito, considerando che il rapporto annuale WEF, che segue i progressi verso la parità di genere nell’economia, nella politica, nell’istruzione e nella salute a livello globale, ha rilevato solo un misero 10% di donne a ricoprire posizioni ministeriali. E il Giappone, esattamente come l’Italia, non ha mai avuto un primo ministro donna.