I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
Art. 34 Costituzione
Questo articolo nasce dall’esigenza di sviluppare un dibattito riguardante il mondo accademico e la sua funzione, anche al fine di suscitare una soluzione collettiva e condivisa in merito al funzionamento dell’accademia e della macchina pubblica.
Due le considerazioni alla base dello scritto:
- la laurea in giurisprudenza e l’abilitazione forense alimentano un sistema formativo inefficiente.
- manca un percorso accademico e professionalizzante atto a preparare i pubblici funzionari.
Le soluzioni proposte:
- modifica del sistema universitario, con percorsi dedicati;
- possibilità di deduzione dei costi relativi ai percorsi formativi;
- applicazione della normativa sul conflitto d’interesse per le scuole preparatorie all’esame forense, di notariato e magistratura;
Con riferimento alla prima considerazione è necessario affermare che giuristi si diventa attraverso la pratica. Ancora oggi, invece, si ripropone il fatidico problema legato all’esame di abilitazione. Per chi non avesse avuto la fortuna di avere un dottore in giurisprudenza è necessario premettere il risvolto antisociale della preparazione. Oltre ai 5 anni di università, il dottore in giurisprudenza deve ottemperare all’obbligo forense dei 18 mesi di tirocinio. Mentre l’università prevede le tasse soppesate sulla base del reddito, lo stesso non può dirsi per gli oneri collegati agli ordini territoriali che il praticante deve sostenere. Scarne e poco applicate, inoltre, le normative inerenti alla retribuzione del praticante, spesso disattese anche per le difficoltà economiche del responsabile di studio. Non è inoltre superfluo riflettere sul fatto che chi si prepara per l’abilitazione forense si trovi impreparato alla stessa, poiché il tirocinio presso gli studi professionali non prepara alla teoria delle prove abilitanti. Oggi, anche in situazione pandemica, il neo laureato in giurisprudenza è costretto dal sistema accademico e forense a rivolgersi a scuole private che preparano all’abilitazione. Spesso il servizio di preparazione contenutistica e metodologica per lo svolgimento delle prove è rateizzato ed in nero, in frode alla legge. Ogni anno, esclusi quelli della pandemia, milioni di laureati in giurisprudenza si ritrovano a dover intraprendere una prova che, oltre a non garantire il posto di lavoro, rappresenta il contrario della meritocrazia. Commissioni d’esame, scarsamente retribuite, si vedono sommerse da milioni di compiti, tutti uguali nei contenuti. Anche per questo, calcolati i tempi di correzione medi tra un 1 minuto e 30 secondi a 4 minuti, moltissimi sono i rimandati all’unica data oggi prevista, ossia Dicembre.
L’esame abilitante, non è superfluo da sottolineare, si conclude mediamente dopo 12 mesi dal suo inizio. Dunque, tralasciando le possibili bocciature, si diventa avvocato dopo 7 anni e 6 mesi; con immissione nel mondo del lavoro a 27/28 anni. Vediamo ora i costi di questa inefficienza. Nel 2020 in Italia si calcolano quattro avvocati attivi ogni 1000 abitanti. Gli avvocati under 35 si attestano al 12% del totale della popolazione forense attiva, cioè iscritta alla Cassa Forense. Già qui risulta lapalissiano il tema della sostenibilità delle pensioni. L’età media di chi svolge la professione (e non è pensionato) è di 48 anni per gli uomini e di 44 anni per le donne. Queste ultime, inoltre, costituiscono il 50,03% degli avvocati attivi in Italia contro il 49,47% degli uomini. Il sorpasso delle avvocate, però, non riesce a riflettersi sul reddito poiché queste ultime guadagnano meno della metà di un uomo. Il reddito medio degli avvocati uomini è 54.496 euro mentre quello delle donne è pari a 25.073. Questo è un gap che rimane costante durante tutto l’arco della vita lavorativa. Altro dato allarmante è quello relativo all’analisi delle classi d’età. La stessa rivela che è necessario varcare la soglia dei 50 anni per arrivare a un reddito medio che superi i 50 mila euro. Oggi i giovani tra i 30 e 34 anni guadagnano in media 16.499 euro contro i 30.234 euro della fascia compresa tra i 40 ed i 44 anni. Da ultimo, anche per chiosare questi dati da fallimento, è necessario aggiungere che il reddito medio degli avvocati italiani ha subito un ridimensionamento; la tendenza negativa nel decennio tra il 2011 e il 2013, con una riduzione che ha superato i 10.000 euro, ha visto un lieve ma insufficiente recupero nel periodo 2014-2019 che resta inferiore ai 3.000 euro.
Tutto quanto sopra riportato riguarda, però, gli avvocati. Diversa è la situazione per magistrati o notai. Categorie soggette a logiche censitarie e di potere. Per fare il notaio o il magistrato il dottore in giurisprudenza, o meglio la famiglia di quest’ultimo, deve mettere mano al portafogli. Spesso, per questi “percorsi” è necessario investire in scuole lecite, perché volute dallo Stato, ed in scuole illecite, perché preparatorie e con maggiori possibilità di successo. Non è raro che luminari e membri di commissioni siano, sempre più spesso, sponsor delle stesse. La gente ha già dimenticato uno dei tanti scandali ormai riferibili alla Magistratura; una sbirciata sotto la gonna che ha consentito l’accesso alla professione togata.
Questo sistema esclude, anche per ragioni di censo, i capaci ei meritevoli favorendo clan, amici e familiari.
Con riguardo al secondo problema sollevato dal presente testo, ossia la mancanza di un percorso accademico e professionalizzante atto a preparare i pubblici funzionari, andiamo nel vivo della inefficienza del sistema accademico. Basta ragionare, infatti, sul fatto che la preparazione giuridica impartita dalle università risulta insufficiente anche per il superamento dei concorsi pubblici. In primo luogo facciamo riferimento ai quizzoni classici, in cui sovente regna la logica matematica. Questi, che non sono nemmeno argomento scolastico, imperversano nel paese con la peggiore predisposizione alle materie STEM e con il più basso tasso di comprensione numerica. Anche per questi vi sono corsi a pagamento. Oltre a ciò si richiedono materie quali contabilità pubblica e di Stato, economia politica, testi unici specifici ed eccetera. Gli stessi esulano dalla preparazione accademica di qualsiasi tipo o dai diversi percorsi abilitanti. L’altro lato della medaglia è, dunque, una realtà amministrativa sofferente. Manca una deontologia ed un’etica del pubblico funzionario, oltre la mancanza di persone qualificate e/o competenti. Non stupiamoci, dunque, se nella PA si assistono a casi di corruzione, concussione o, peggio, soverchiante e cieca indisponibilità da “posto fisso”. Generata non tanto dalla posizione di sicurezza economica ma dall’aridità di partecipazione al ruolo sociale del pubblico funzionario.
Chi scrive ha cognizione di causa del problema, non soltanto perché laureato in giurisprudenza, non soltanto perché attivista politico, non soltanto perché è diventato avvocato, ma soprattutto perché per 3 anni si è ritrovato seduto alla stessa scrivania e bocciato a causa dei limiti imposti alla professione forense dalle inefficienze del sistema attuale. Questa risposta-reazione ai problemi della classe forense arriva, dunque, postuma all’abilitazione – agognata e sofferta-, supportata da anni di studio, corsi di formazione sostenuti con la fatica del proprio lavoro, da occasioni perse e da momenti di vita e professionali schiacciati da una realtà brutale che non premia il merito ma la casualità. E se pensate che questi siano i vaneggiamenti di un disilluso vi sbagliate; chiedete a qualunque avvocato, la sua riflessione non sarà differente. Così, col senno di poi, si scopre che il vero problema della laurea in giurisprudenza, è un problema che affligge tutta l’Italia. Questo percorso di studi non prepara né alla professione forense, alla quale seguono notariato e magistratura, né alla carriera del funzionario pubblico, da integrare con studio, materie e corsi preparatori. Tutto questo, lo ribadiamo, anche a dispetto dei capaci e dei meritevoli.
Gli ultimi anni di pandemia sono stati importanti perché hanno risvegliato nella coscienza di molti laureandi e laureati la necessità di un cambiamento della realtà formativa del mondo accademico e giuridico. Sono nate associazioni e comitati che hanno mobilitato masse importanti, pur nella loro marginalità, al fine di richiedere la modifica dell’esame abilitante alla professione di avvocato. Quest’ultimo è, però, un falso problema. Quello vero, grande ed impattante risiede in una preparazione universitaria inefficiente ed insufficiente, che necessita di essere rivista è modificata. Ed ecco, allora, una proposta concreta, semplice e realizzabile. Un unico percorso accademico che preveda 4 anni di formazione giuridica, etica e deontologica, che poi proceda a specializzare i laureandi in molteplici percorsi dai quali sarà possibile accedere, tramite concorso, alla carriera prescelta. Un piano di studi pubblico, dove capaci e meritevoli possano accedere alle cariche della magistratura, del notariato e della pubblica amministrazione senza dover vedere ridotte le proprie possibilità a causa dei limiti economici delle proprie famiglie. E, ancora, un sistema più equo; non soltanto i figli dei “Padri” devono accedere a concorsi pubblici di un certo livello che richiedono non poche risorse economiche.
Nell’Italia della lentezza burocratica, però, due sono le cose da fare subito:
- possibilità di deduzione dei costi relativi ai percorsi formativi;
- applicazione della normativa sul conflitto d’interesse per le scuole preparatorie all’esame forense, di notariato e magistratura.
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