Tempo fa Vittorio Messori raccontò un arguto aneddoto: quando chiesero a Sigmund Freud come allontanare dall’uomo ogni male oscuro, il grande psicanalista rispose “Lieben und arbeiten”: amare e lavorare. Che sono le massime aspirazioni dei giovani.
Questo è l’Anno Europeo dei Giovani, o almeno così aveva deciso la Commissione Europea a gennaio, inaugurando il 2022. E in effetti di piani e progetti europei per i Giovani sono piene le bacheche delle nostre università e i centri per l’impiego di ogni nostra città. Ma nei fatti, poi, come stanno questi giovani? Che benefici stanno traendo da questa encomiabile iniziativa?
Il proclama europeo suonava davvero bene: “l’UE riconosce l’importanza del benessere, dello sviluppo, dell’impegno e della partecipazione dei giovani nella società”. Per questo è dal 1987 che esistono tante specifiche iniziative a loro dedicate, e tra queste il Progetto Erasmus resta il più celebre.
Di recente l’UE ha voluto coinvolgere proprio i giovani nella Conferenza sul futuro dell’Europa: infatti un terzo dei cittadini che partecipa ai panel di questa assemblea ha meno di 25 anni.
Parimenti rilevante è il progetto ALMA, acronimo che sta per “Aim, Learn, Master, Achieve” (Aspirare, Imparare, Conoscere, Conseguire), specificamente disegnato per i giovani con minori opportunità oppure con problemi di salute mentale. Un’altra iniziativa dell’anno in corso mira a promuovere la mobilità transfrontaliera dei giovani particolarmente svantaggiati sul piano economico. E nel dettaglio, già a febbraio il Parlamento europeo aveva espresso un’incisiva condanna formale contro i tirocini non retribuiti, chiedendo ai paesi membri che il benessere psicofisico dei giovani fosse considerato centrale nell’ambito della ripresa socioeconomica generale, per evitare la perdita di un’intera generazione martoriata non solo dalla disoccupazione ma anche dal Covid. Virus che ha causato ingenti perdite di posti di lavoro tra i giovani, compromettendo sia la loro salute mentale che il loro equilibrio emotivo.
Se questo è lo scenario in campo lungo, nello dettaglio tutti gli indicatori del mercato del lavoro dimostrano che la nostra Italia è molto meno accogliente nei confronti dei giovani rispetto agli altri Paesi europei. In base agli ultimi dati il tasso di disoccupazione nella classe d’età 15-29 anni è tra i più alti d’Europa: 22,1% contro il 13,3% della media EU27. Solo Spagna e Grecia fanno peggio di noi (29,2% e 29,8% rispettivamente), ma da loro il problema è trasversale e non riguarda solo i giovani, come capita invece da noi.
In Italia anche i NEET (neologismo che indica i “Neither in Employment or in Education or Training” cioè quei giovani che né studiano né lavorano tra i 15 e i 29 anni) sono decisamente più numerosi che in ogni altro Paese europeo: da noi è considerabile NEET circa un giovane su quattro (23.3%). Si tratta di una percentuale di dieci punti maggiore rispetto alla media europea (13,7%), e testimonia una crisi che travalica le leggi di mercato per diventare vero problema sociale.
Anche i dati di flusso Eurostat confermano la difficoltà di uscire da questa situazione: per un giovane italiano la probabilità di trovare lavoro (passando dalla condizione di inattività a quella di occupato) è molto bassa: solo il 3% delle persone tra i 15 e i 24 anni ci riescono, rispetto ad una probabilità quadrupla registrata invece per i giovani in Finlandia, Danimarca e Olanda, e più che doppia in Belgio, Irlanda, Slovenia, Svezia e Austria.
E analizzando la condizione dei giovani italiani che sono già occupati, le tinte non sembrano meno fosche: è qui che si riporta la parte maggiore dei contratti meno graditi, con una quota sempre nettamente peggiore rispetto agli altri Paesi europei. In Italia il 45% dei giovani occupati lavora con un contratto a termine, e la loro probabilità di passare da un contratto a termine a uno tempo indeterminato entro i 39 anni è molto bassa: solo 7% di loro ci riesce, rispetto al 21% in Danimarca, Portogallo e Ungheria, e al 15% in Bulgaria, Svezia, Spagna e Finlandia.
Circa il lavoro part-time, se si considera la quota di lavoratori che scelgono volontariamente il part-time i dati mostrano che tra i giovani italiani la quota di questi occupati è allineata alla media europea, ma passando alla sola componente “involontaria” di quanti sono obbligati a lavorare a tempo parziale, allora il nostro Paese si posiziona al primo posto della graduatoria UE, e la forbice rispetto alla media europea diventa drammatica: 78,3% in Italia contro il 25,7% della media EU27.
E ache in questo caso la probabilità di passare da un contratto part-time a un contratto full-time è solo del 7% in Italia.
A peggiorare il quadro già grigio della situazione occupazionale dei nostri giovani, va rilevato che nel nostro Paese sono pochissime le nuove leve presenti nelle posizioni apicali del sistema economico: nel Bel Paese solo il 14% dei dirigenti ha meno di quarant’anni, contro il 31% della media europea. Ciò significa che i giovani manager italiani sono meno della metà rispetto a quelli francesi, austriaci, belgi e perfino greci.
Si tratta di un segnale di crisi che non riguarda solo l’analisi dei trend sul lungo periodo, ma lancia un allarme puntuale sulla produttività globale di un’intera nazione: infatti, poichè la percezione della produttività individuale è connessa alle variabili demografiche che sono lo specchio dei valori comuni e delle comuni esperienze, un avvicendamento generazionale nei ruoli dirigenziali potrebbe innescare un meccanismo favorevole alla componente giovanile dell’occupazione, grazie al paradigma “somiglianza-attrazione”. In pratica, dicono gli studi più recenti, se ci fossero più giovani ai vertici dirigenziali ci sarebbero anche più giovani nelle posizioni intermedie e quindi anche nelle basi, perché “i giovani favorirebbero i giovani”.
Un meccanismo virtuoso, dunque, che purtroppo in Italia nessuno sembra né volere né sapere avviare.
Come dimostrano le statistiche Eurostat sul mercato del lavoro 2021, appena pubblicate: in Sicilia, Campania e Calabria 4 giovani su 10 sono senza lavoro. Pessima evidenza in Europa.
Peggio delle nostre tre regioni meridionali fanno solo la regione spagnola di Ceuta, le regioni greche della Macedonia orientale (Tracia e Macedonia) e infine la spagnola Melilla.
Forse i governanti dovrebbero concentrarsi su quanto già Voltaire andava sostenendo, cioè che il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.
Perché ai nostri giovani non bastano più le belle parole. Serve un bel lavoro, appunto.
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