La Yakuza giapponese è stata per decenni sinonimo di leggenda, famosa o famigerata realtà tipicamente legata alla cultura nipponica. Ma negli ultimi 15 anni il numero dei suoi associati è calato del 70%, grazie sia a misure volte a escluderli dalla società sia al massiccio rafforzamento dei controlli da parte della polizia.
E il trend fa supporre che i suoi affiliati avranno vita sempre più difficile. L’odierna crisi esistenziale della mafia giapponese sembra agli antipodi del crescente potere di quella occidentale, nonostante la Yakuza abbia conosciuto giorni di (relativa) gloria: negli Anni ’60 aveva raggiunto l’apogeo organizzativo, con oltre 180mila affiliati, ma dal 2004 al 2020 questo numero è sceso a circa 54mila soggetti cui lo Stato continua a fare guerra aperta. Una guerra fatta di diverse ma efficaci tattiche per sdradicarli del tutto dalla società.
Nati durante la dinastia Edo (1603-1867), gli yakuzas hanno tessuto la propria tela di ragno in ogni ramo statale, tanto da diventare il nocciolo duro attorno a quale è stata creata l’agenzia di sicurezza nazionale, almeno fino al dopoguerra. Molti dirigenti politici e moltissimi imprenditori mantenevano una posizione ambigua collaborando occasionalmente con loro pur di sedare gli scioperi nelle fabbriche o le rivolte nelle strade. Per questo era abbastanza facile per gli yakuzas resistere ai controlli della polizia: grazie al loro datato e ben oliato innesto nell’ingranaggio sociale.
Oltre ai loro affari tradizionali, che comprendono traffico di droga, gioco d’azzardo e prostituzione, ancora oggi gli yakuzas sono il “coltellino svizzero” della società: aiutano un’impresa a recuperare i debiti, oppure tutelano i ristoratori dai clienti più aggressivi.
A lungo sono stati considerati un male necessario, perché consentivano di risolvere rapidamente le cose senza ricorrere alla polizia o alla giustizia. Erano, insomma, un’industria dell’ombra profondamente ancorata nella società, offrivano servizi utili, al limite della legalità – osserva il criminologo Hirosue Noboru, dell’Università di Kurume.
Questa caratteristica tipica degli yakuzas fu perfino accentuata dalla legislazione nazionale giapponese: la libertà d’associazione era infatti garantita dalla Costituzione, le cui leggi tuttora puniscono i reati dei clan mafiosi ma non possono imporne la dissoluzione.
La polizia giapponese, unica al mondo, ha un sito internet su cui chiunque può trovare informazioni sui singoli yakuza, compreso l’indirizzo del suo ufficio operativo e il proprio clan di riferimento.
Nonostante ciò, negli Anni ’80 i capiclan yakuzas regnavano sull’arcipelago nipponico ricavando enormi profitti dalla manna finanziaria tipica di quell’epoca. Un’inchiesta realizzata nel 1983 riporta che il giro d’affari complessivo della mafia giapponese in quel periodo ammontava a milletrecento miliardi di yen, pari a dieci miliardi di euro.
Ma nel 1992 la legge anti-yakuza entra finalmente in vigore. Bisogna però attendere fino al 2009 affinché tutti i 47 dipartimenti del Giappone introducano l’arresto immediato per chi intrattiene rapporti finanziari con le bande del crimine organizzato.
Attualmente sono sanzionati e perseguiti non solo i mafiosi ma anche i cittadini che li frequentano.
Ad esempio, nel 2022 la grande impresa d’installazioni elettriche Kyusetsu è fallita perché il suo presidente è stato accusato di aver cenato regolarmente con un capoclan yakuzo che gestiva il loro ristorante abituale nella città di Fukuoka. La polizia locale è arrivata persino a pubblicare i nomi dei vertici della ditta, rimproverandoli per aver “intrattenuto rapporti stretti con un’organizzazione mafiosa del territorio”. Immediatamente la banca che finanziava la Kyusetsu ha congelato tutti i suoi conti, e il suo presidente non ha avuto altra scelta che avviare la procedura di liquidazione volontaria. Quindi, nonostante le pene fissate per questo tipo di arresto siano abbastanza leggere (si va da un anno di reclusione a 3800 euro di multa) il provvedimento generale antimafia realizza un vero e proprio cordone sanitario intorno agli yakuzas. Le forze dell’ordine puntano ad averla completamente vinta sul loro nemico giurato. La loro strategia consiste nel convincere i membri ad abbandonare i clan, aiutandoli poi a trovare un nuovo lavoro che garantisca loro una nuova vita.
Dal 2016 la polizia dipartimentale di Fukuoka stanzia ogni anno 5500 euro alle imprese che accettano di assumere ex yakuzas che si siano lasciati alle spalle la mafia. I commissari giapponesi ritengono che la miglior tattica per sdradicare la criminalità sia quella di ridurre il numero di effettivi criminali: riuscire a portare via un membro dal suo clan, dicono, vale quanto attivare una lunga reclusione. E l’immagine rende bene l’idea: per chi lascia la mafia, infatti, il reinserimento sociale non è poi così semplice né agevole. Gli studi della polizia metropolitana di Tokyo dimostrano che tra il 2010 e il 2018 soltanto il 3% dei 5453 yakuzas fuoriusciti dai clan hanno trovato un lavoro stabile.
Come mai così pochi? Chi gestisce le tante organizzazioni di accoglienza per le persone in difficoltà conosce la risposta: gli yakuzas pentiti vanno a sommarsi al già elevato numero di disagiati sociali. Si tratta di persone che non hanno mai vissuto normalmente, e quindi si adattano male alla cultura del lavoro. La maggior parte di essi non riesce neanche a svegliarsi presto al mattino, né possiede un grado di cultura sufficiente a relazionarsi con gli eventuali colleghi.
I dati nazionali riportano che oltre il 90% dei fuoriusciti non resiste al nuovo stile di vita che viene offerto loro dallo Stato. Eppure per loro la situazione, così facendo, si aggrava: in base alle leggi antimafia vigenti in Giappone, a partire dal momento in cui abbandona il suo clan uno yakuza è comunque passibile di associazione mafiosa per i cinque anni successivi, a meno che non entri nei programmi di reinserimento sociale e li rispetti. Ciò significa che le banche, le agenzie immobiliari e perfino le compagnie telefoniche hanno a disposizione un elenco costantemente aggiornato coi nomi dei fuoriusciti non reinseriti, e per questi ex-yakuza sarà impossibile avere un regolare conto in banca, affittare un appartamento o anche solo avere un proprio cellulare.
Cosa resta da fare, per questi uomini condannati quindi a vivere nell’ombra? Rientrare nella Yakuza, dove saranno quasi certamente ammazzati perché traditori, oppure barcamenarsi per almeno cinque anni vivendo ai bordi della società, nell’illecito o perfino nell’illegale, pur di sopravvivere.
Degli oltre 9000 yakuza che dal 2011 al 2015 hanno lasciato la mafia, ben 2660 sono finiti arrestati: un tasso sessanta volte più alto di quello medio della popolazione complessiva.
Il professor Noboru continua a ripetere che il dispositivo antimafia vigente in Giappone è non solo nocivo ma anche controproducente. Per questo si dice contrario alle misure di rafforzamento che il governo giapponese sta discutendo in questi giorni: “nessuno nasce mafioso – dice Noboru – e senza il sostegno necessario, lo Stato formerà soltanto nuovi fuorilegge che, considerando il loro passato, hanno già molta esperienza”.
In tale scenario, forse perfino Tomasi di Lampedusa avrebbe suggerito di non cambiare nulla: perché così facendo, le cose addirittura peggiorano.