Società

L’immortalità della medusa italiana

Di Bachware - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48971787

“Ogni sistema, sia esso il nostro corpo o l’intera umanità, ha bisogno della morte di una sua parte per mantenere l’equilibrio e sopravvivere”. A stabilirlo non è il dittatore di turno ma la dottoressa Maria Pascual Torner dell’Università spagnola di Oviedo, che solo poche ore fa ha pubblicato le recenti scoperte della sua equipe di biologi marini, impegnati stavolta nella ricerca dell’immortalità.
Che esista una sola specie vivente funzionalmente immortale è quanto stabilito dal gruppo di scienziati delle Asturie capeggiato dalla dottoressa Torner, che ha appena svelato cosa la renda diversa dalle più prossime affini dopo anni di comparazioni genetiche: dunque l’immortalità esiste, ma per raggiungerla non devi essere né un dio né un vampiro, ma una medusa. A conoscere il segreto della vita eterna è infatti una medusa appartenente alla famiglia dei cnidari, o celenterati: la Turritopsis Dohrnii, sola vincitrice nel confronto ultimo con le altre sole due parenti strette, la Turritopsis Rubra e la Turritopsis Nutricola, tutte non più grandi di mezzo centimetro e tutte capaci di ringiovanire col passare del tempo, come Benjamin Button, prima di continuare eventualmente a crescere. La Dohrnii però è l’unica che riesca a passare dallo stadio flottante di medusa adulta a quello di polipo ipovivente, grazie al processo che i ricercatori chiamano “ciclo LCR – life cycle reversal” – e può farlo tutte le volte che desidera.
La cosa più affascinante di questa medusa è che nel farlo riesce anche a resettare il suo intero ciclo di vita. Quando va sotto stress, si trasforma in ciò che essa era nel suo precedente stadio vitale. Come una rana che torni ad essere un girino, o una farfalla che ritorni bozzolo. Questo è dovuto a ciò che gli scienziati chiamano transdifferenziazione: ciò che accade quando una cellula adulta completamente formata e già specializzata si trasforma in un altro tipo di cellula adulta del tutto differente dall’originale. Un processo che resta ancora misterioso per i ricercatori, che hanno osservato un’ulteriore evidenza che ha dello strabiliante: quando la medusa regredisce alla sua precedente fase di polipo, al contempo crea altri organismi dotati di identico codice genetico. In pratica, mentre ringiovanisce riesce anche a clonarsi.
Scoperta per la prima volta nel Mediterraneo a fine ‘800, la Dohrnii è oggi rintracciabile in molti altri mari grazie alle acque di zavorra che le navi container scaricano in giro per il mondo. Si nutre di plancton, uova di pesce e piccolissimi molluschi. La prima volta che l’uomo venne a contatto con questa creatura strepitosa fu nel Golfo di Rapallo, grazie al biologo marino Christian Sommer che nel 1883 era lì per degli studi sugli idrozoi. Una creatura immortale italiana, dunque, che l’italiano Giorgio Bavestrello trasportò subito nelle vasche dell’acquario di Genova. Ma ben presto si capì che la nuova medusa non gradiva affatto la condizione di cattività. Infatti fu proprio nella cattività dell’acquario che i biologi osservarono per la prima volta la trasformazione tipica del celenterato. Dopo averne constatato i valori vitali in crisi, e spento le luci delle vasche, il mattino dopo i ricercatori trovarono non più una medusa galleggiante ma un micropolipo semi immobile: la regressione di quell’essere vivente era una chiara reazione allo stato di crisi organica generale cui l’animale era evidentemente stato sottoposto.
La dottoressa Pascual Torner, insieme ai suoi collaboratori, nega di poter isolare un unico e solo dato genetico che sia causa diretta di questa fontana della giovinezza. Al contrario: il team di scienziati cantabrici ha notato un’ampia varietà di potenziali concause. “Abbiamo identificato varianti e ampliamenti dei geni associati alla sua replicazione, ricostruzione del DNA, conservazione del telomero, sviluppo di ossidoriduzione, popolazione di cellule staminali e comunicazione intracellulare” – riporta la dottoressa Torner – “quindi la capacità di retro-differenziazione della Dhornii è dovuta agli effetti simultanei e interattivi di più attività specializzate”.
Sono elementi che possono risultare tutti importanti, ma lo studio si è concentrato soltanto su due aspetti significativi del genoma presente solo nella medusa Dohrnii e non nelle sue simili più prossime: il primo riguarda la presenza di due famiglie di proteine che regolano l’espressione genetica, e non una sola; il secondo aspetto riguarda la pluripotenzialità delle sue cellule, che sono in effetti capaci di trasformarsi in qualunque altro tipo di cellule durante il processo di LCR.
Riuscire ad applicare queste doti agli umani comporterà uno sforzo a dir poco erculeo, ma è pur certo che se tutte le caratteristiche genetiche della medusa Dohrnii lavorano in combinazione, solo alcune potrebbero riuscire a garantire pochi preziosi ulteriori anni di vita in creature ben più complesse, come appunto gli esseri umani.
La selezione naturale, lo sappiamo, va scemando con l’invecchiamento. E anche la Dohrnii non vive per sempre: è molto appetibile ad altre meduse più grandi e agli altri abitanti dei mari. Questa piccola medusa non è qui per dominare la Terra, come ci si aspetta che faccia una specie immortale, ma la sua capacità di ringiovanimento la rende in astratto garanzia tangibile di vita eterna.
Per ora alla dottoressa Torner basterebbe isolare quelle funzioni genetiche della Dohrnii che possano contrastare l’invecchiamento umano, non a scopi (solo) estetici o cosmetici, ma per fondare una nuova branca di medicina – quella definita “rigenerativa”, e per fronteggiare alcune malattie legate comunque all’età come il cancro o quelle neurodegenerative. Il prossimo passo, infatti, sarà quello di esplorare il funzionamento delle variazioni genetiche tipiche della medusa immortale nei topi, e quindi negli umani: “Dai viaggi nel tempo della Turritopsis Dhornii abbiamo capito quali sono i limiti della plasticità cellulare, e da questa scoperta speriamo di trovare più risposte alle tante malattie collegate al nostro invecchiamento” – continua la dottoressa Torner – “senza mai dimenticare che non esiste vita senza la morte”.