Adattando liberamente il romanzo su San Francesco d’Assisi del bretone Eloi Leclerc -1921-2016, francescano deportato, negli anni ’40, a Buchenwald e a Dachau – “La sapienza di un povero” (ristampato, quest’anno, da TS edizioni), con apporti dall’altro libro “La ferita, la letizia”, del poeta e scrittore Davide Rondoni (Fazi Editore, 2025), dal racconto del giovane poeta Gabriele Galloni (“L’ultima notte di Francesco”), dalle Fonti Francescane, e con la consulenza di Fra Simone Castaldi, Pino Quartullo, regista e attore civitavecchiese, ha creato uno spettacolo che offre un ritratto inedito del Santo. Che è andato in scena, al “Quirino” di Roma, per gli 800 anni dalla morte di Francesco d’ Assisi (3 ottobre 1226: per singolare coincidenza storica, anche quell’anno il 3 e 4 ottobre furono sabato e Domenica!). Distaccandosi dagli stereotipi e concentrandosi sulla fragilità umana del personaggio (magistralmente reso da Giulio Tropea) , ed evidenziando il suo modo di vivere la fede, a volte estremo e sorprendente: un insieme di purezza e bontà, forza e impeto.
Lo spettacolo inizia descrivendo il protagonista di ritorno dallo storico viaggio del 1219 in Terra Santa, dove si è recato per cercare di creare un ponte pacifico tra le varie religioni, incontrando il Sultano Malik-al-Kamil, nipote del Saladino. Ma il gruppo iniziale di compagni, divenuto un ordine di migliaia di frati, ora fatica a vedere Francesco come loro riferimento carismatico: anche per l’eccessiva severità della Regola da lui stesso imposta, che ribadisce fortemente la necessità, per i Frati Minori, di seguire la povertà evangelica, escludendo la possibilità di qualsiasi possesso. Stan maturando, in questi ultimi anni di vita del Santo, quelle tensioni interne ai francescani, e tra essi e i vertici della Chiesa (piu’ volte autori, anche con Francesco ancora vivo, di ripensamenti e attenuazioni del rigore della Regola) che, decenni dopo la morte dell’assisiate, porteranno addirittura allo scontro violento tra francescani rigoristi (gli Spirituali) e “possibilisti” (i Conventuali). Scontro che inizierà con l’elezione a Papa nel 1294, col nome di Celestino V, del francescano spirituale molisano Pietro da Morrone ( che resterà in carica solo pochi mesi).
Così il Santo, piegato dalla malattia che da lì a poco, a soli 44 anni, lo porterà alla morte, e forse presago del tormentato futuro del suo Ordine, si ritira con pochi frati in un eremo, da lui frequentato sin dal 1224, nascosto tra le asperità dei monti della Verna, in Toscana (oggi in Provincia di Arezzo, zona sacra, nell’antichità, alla dea pagana Verna; lo stesso monte fu frequentato anche da S.Antonio di Lisbona-Padova, come testimonia la cappella a lui dedicata), per ritrovare il silenzio e la vicinanza a Dio. Un’esperienza di buio della fede, questa, ancor oggi poco nota: Francesco entra in contatto con una natura che spera più generosa, fino ad arrivare al dolore della Croce, attraverso le stimmate, che lo porteranno inoltre a scrivere lo straordinario Cantico delle Creature (ufficialmente riconosciuto come prima opera letteraria in lingua volgare italiana). È il momento del dubbio dell’uomo: quello di aver frainteso quell’ insopportabile “silenzio di Dio” da sempre scandagliato da mistici e teologi, da Francesco, appunto, al cristologo e biblista Gianfranco Ravasi, Direttore emerito della Biblioteca Ambrosiana. .
E’ l’autunno 1226. Francesco ottiene di poter tornare a morire nel suo “luogo santo” preferito: la chiesetta della Porziuncola presso Assisi, sin dall’inizio luogo di raduno del santo e dei suoi confratelli.
Qui la morte lo coglie la sera del 3 ottobre. Il corpo del Santo, dopo aver attraversato Assisi ed esser stato mostrato un’ultima volta alla sua Chiara e alle sue consorelle, fu sepolto nella chiesa di San Giorgio. Da qui la sua salma fu trasferita nell’attuale basilica nel 1230, quattro anni dopo la morte e due dopo la canonizzazione.
Lo spettacolo nasce come progetto speciale del Ministero della Cultura nel 2024, e ha il patrocinio del Comitato nazionale San Francesco 1226-2026, oltre che del Giubileo 2025.
“Il retaggio di umiltà e amore di questo santo – commenta Pino Quartullo -continua a ispirare le generazioni presenti e future, rendendolo così importante otto secoli dopo. San Francesco è stato ed è un faro di speranza e umanità, in un mondo mai come oggi afflitto da divisioni e conflitti. Io credo che Francesco non si sia mai veramente perso (come detto da certi suoi interessati detrattori, N.d. R.). Credo, anzi, che questa sua crisi sia stata una sorta di prova interiore per passare ad una fase successiva: un modo per approfondire e consolidare la sua fede sfatando ogni dubbio”.
Bravissimi anche gli altri interpreti: Roberto Fazioli, Massimiliano Viola Grosso, Gaetano Marsico, Simone Sabia, Giorgio Melone, Rachele Sarti (una naturalissima Chiara).
Elementi scenici, Michelangelo Raponi; costumi Vania Della Bidia; luci, Raffaele Fracchiolla, movimenti coreografici, Maria Luisa Rubulotta.
Fabrizio Federici