Società

Aldo moro: quei 55 giorni che cambiarono l’Italia

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Il 16 marzo 1978 sembra essere un giorno qualunque di fine inverno. Roma si appresta a brulicare come sempre, ma è una normalità solo apparente perché quel giovedì sarà ricordato come uno dei giorni più cupi della storia repubblicana. Alle 10,00 di quella mattina è previsto il voto di fiducia per la nascita del quarto governo Andreotti con il sostegno di una maggioranza allargata al PCI, portando così a compimento il cosiddetto “compromesso storico” e all’inaugurazione di un governo di unità nazionale. L’On. Aldo Moro ha in programma di recarsi in Parlamento per il voto quando, in via Fani, un commando di brigatisti apre il fuoco, decimando completamente la sua scorta: le vite dei cinque agenti che dovevano proteggere la vita dello statista più importante in quel momento, cadono sotto una raffica di colpi sparati in pochi secondi. Moro, unico superstite, viene sequestrato. Poche ore dopo arriva la rivendicazione delle Brigate Rosse con la quale comunicano che il Presidente della DC è nelle loro mani. Un’ora dopo le confederazioni sindacali proclamano lo sciopero e prima di sera il governo Andreotti incassa la fiducia. Due giorni dopo arriva il comunicato dei brigatisti che si assumono la responsabilità del sequestro Moro e dell’uccisione della scorta. Dichiarano di volerlo processare secondo le leggi del tribunale del popolo e pubblicano una foto del prigioniero. Sono i cinquantacinque giorni più lunghi della storia d’Italia, punteggiati dai silenzi e dai comunicati dei terroristi e dal dibattito tra i favorevoli alla trattativa con le BR e chi sostiene la linea dura, il tutto colorito dallo sforzo imponente delle forze dell’ordine con operazioni condotte a tappeto su tutto il territorio nazionale per convincere l’opinione pubblica della presenza di uno Stato che mantiene il controllo degli eventi. Passano i giorni e, nonostante le lettere dell’On. Moro, dietro le quali si celano le richieste di aiuto e di apertura alle trattative, come quella all’amico di partito Zaccagnini, nella Dc passa la linea dell’intransigenza, Andreotti e Cossiga in testa. Ogni azione per la liberazione dell’ostaggio si rivela vana e sterile fino al 9 maggio, quando il corpo del Presidente viene ritrovato in una Renault 4 rossa tra via delle botteghe oscure e piazza del Gesù, a metà strada tra la sede del PCI e quella della Dc. Leonardo Sciascia, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, nel suo libro “l’affaire Moro”, scritto a caldo nel 1978, riporta una citazione di Elias Canetti: «La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al momento giusto».

 

Leopoldo Daniele
Sezione PSI Cassino