Allertata dall’imminente crisi alimentare causata dalla guerra in Ucraina, la Banca Africana di Sviluppo ha approvato un piano d’emergenza per aumentare la produzione agricola del continente. Dettata dalle infauste circostanze, questa scelta fortemente produttivista sollecita un certo tropismo agro-industriale sostenuto già da tempo dai più grandi donatori mondiali, tra i quali anche la Fondazione Gates.
Secondo un recente rapporto dell’ONU nel 2020 un africano su cinque ha patito la fame, e non solo per il Covid-19. Ora che la guerra in Ucraina riduce gli approvvigionamenti e infiamma i prezzi, lo spettro della fame diventa ancora più minaccioso.
Oggi ben 25 Stati africani importano oltre due terzi del grano dalla Russia e dall’Ucraina; il Benin e la Somalia ne sono totalmente dipendenti. Nonostante ciò, le politiche pubbliche agricole e le scelte relative ai sistemi alimentari realizzate sul continente africano sono critiche.
Ma l’esasperante visione produttivista continua ad avere il vento in poppa. Già nel 2014 i capi di stato e di governo dell’Unione Africana, durante un Summit in Guinea Equatoriale, si erano impegnati a eliminare la fame entro il 2025. Per farlo, gli Stati raccomandarono di accelerare la crescita agricola fino a raddoppiarla, spingendo verso un maggior utilizzo di fertilizzanti, pesticidi e sementi “migliorati”.
Sulla scia di quanto già realizzato in India negli Anni ’60, si sarebbe voluta intensificare la produzione locale grazie alla cosiddetta Green Revolution. Un termine esteticamente valido che nasconde ben più foschi risvolti.
Promossa fin dal 2006 dalla potente Fondazione Bill & Melinda Gates (BMGF), a sua volta protetta dalla rassicurante bandiera dell’Alleanza per una rivoluzione verde in Africa (AGRA), la Rivoluzione Verde ha da sempre costituito una sorta di ariete di sfondamento utilizzato dalle grandi multinazionali occidentali per controllare lo sviluppo agricolo dell’Africa. In chiave fortemente capitalista.
Basti pensare che oggi la Fondazione Gates finanzia l’AGRA per oltre 650 milioni di dollari: un budget pari a circa un miliardo di dollari in totale. Ma nonostante gli sforzi, anche economici, da allora ad oggi la produttività del terre africane si è fermata ad un misero 18%.
Prendiamo ad esempio i dati relativi alla coltura più sovvenzionata, quella di mais: tra il 2006 e il 2018 è cresciuta del 71% in Etiopia, del 66% in Ruanda e del 64% in Uganda.
Il problema è che nel medesimo periodo la malnutrizione generale è peggiorata del 30%.
La Rivoluzione Verde, basata sulla monocoltura intensiva, si concentra sulla crescita dell’apporto calorico a scapito della diversità alimentare, che in Africa è considerata un vero lusso, come riporta l’inviato speciale del segretario generale dell’ONU, Madame Agnes Kalibata che, per inciso, è anche presidente dell’AGRA.
Oggi in Ruanda i campi di mais e di riso hanno rimpiazzato completamente quelli di sorgo e di miglio perché più ricchi di nutrienti, e soprattutto perché più resistenti alle variazioni climatiche.
Nonostante queste criticità l’AGRA persiste nel perseguire la sua strategia agroindustriale volendola protrarre fino al 2030, e lo fa col pieno sostegno di tutti gli organismi continentali e internazionali.
Molti contadini locali però iniziano a ribellarsi a questo stato delle cose. In Ruanda crescono a ritmo allarmante le terre non coltivate: interi terrazzamenti sono stati abbandonati a causa delle pessime esperienze degli anni precedenti e soprattutto perché il suolo ha uno stato biochimico talmente deteriorato che non vale neanche la pena tentarne la coltivazione.
In Africa si sta dunque formando una vasta opposizione alle politiche sostenute da BMGF e AGRA, opposizione che diventa anche d’ordine istituzionale: l’Alleanza per la Sovranità Alimentare in Africa, che rappresenta circa 200 milioni di piccoli produttori locali, è perfino arrivata a chiedere ai donatori mondiali il disingaggio dagli impegni già presi. Questa istituzione, al contrario del tropismo agricolo voluto da Bill Gates (e dall’ONU), propone di curare la fame africana usando la tecnica dell’agro-ecologia, al cui ricetta è opposta a quella sollecitata da Gates & Company: ridurre cioè l’utilizzo di input commerciali, costituire ecosistemi agricoli più diversificati, puntare a colture più resilienti e quindi più produttive.
Purtroppo, queste istanze non sono state neanche sfiorate dagli operatori internazionali riuniti a Brazzaville nel 2021: preferiscono puntare sull’agro-industriale, definito il “nuovo petrolio”, una manna che (si calcola) porterà incassi superiori ai mille miliardi di dollari da qui al 2030.
Per farlo basterà seguire i dettami della Fondazione Gates, che spinge per aprire il mercato africano ai prodotti agrochimici e agli organismi geneticamente migliorati.
Un’inchiesta degli ecologisti africani ha di recente dimostrato che circa la metà delle sovvenzioni destinate dalla BMGF all’agricoltura africana sono state in realtà versate a grandi gruppi sostenitori della mobilità intensiva. Tra questi proprio l’AGRA (legata all’ONU a doppio giro con la sua presidentessa), il Centro Mondiale di ricerca agricola e la Fondazione Africana per le Tecnologie Agricole.
Lungi dall’essere disinteressata, la Fondazione Gates fa da cavallo di Troia per le grandi ditte semenziere, come la Bayer – leader mondiale dei prodotti fitosanitari.
Nel 2010 la Fondazione Gates acquisì cinquecentomila azioni della Monsanto, creatrice dell’erbicida più utilizzato al mondo (il Roundup) e subito inglobata con una grande manovra finanziaria proprio nella Bayer.
Nonostante Gates sostenga che l’80% delle sovvenzioni sia destinato all’Africa, in realtà l’82% dei fondi risulta versato a gruppi con sede in America del Nord e in Europa, e meno del 10% finisce realmente alle organizzazioni radicate in Africa.
In una lettera aperta firmata da 500 dignitari locali africani si accusa la BMGF di aggravare la crisi umanitaria, perché il modello proposto ha lasciato i contadini locali senza terre e ha indebolito l’ecosistema africano. A lungo andare, tutto ciò renderà le comunità indigene africane sempre più dipendenti dall’aiuto internazionale. Lo spettro di un nuovo sfruttamento occidentale, stavolta prettamente finanziario, allunga la sua ombra sul continente africano.
Una rivolta sembra intanto partire dal Senegal, dove nasce e si sviluppa un forte movimento territoriale che ingloba diverse associazioni autonome locali, i cui leader sono anche rappresentanti presso le maggiori organizzazioni internazionali.
Dalla creazione della FAO nel 1945 fino alle grandi conferenza mondiali contro la fame, il diritto all’alimentazione e le richieste della società civile si sono imposti nel dibattito internazionale, ma sono oggi confinati nell’angolo a vantaggio del cosiddetto “agro-business”.
Un nuovo colonialismo, insomma, che ha deposto fucili e recinzioni per imbracciare titoli, azioni e grosse transizioni finanziarie. Si prevede un risultato ancora più devastante, senza neanche una goccia di sangue ma con milioni di bocche affamate.