Società

Pareva tanto giovane

È l’espressione che più spesso viene pronunciata dagli umarel quando, una volta raggiunta la pensione, iniziano la loro quotidiana passeggiata per il paese. Una vita finalmente senza orari, anche se poi alle otto sono già in strada perché, diciamolo, dormire fino alle dieci è roba da giovani. Prima tappa: il bar. Un caffè che, consumato con la dovuta calma, può tranquillamente durare un paio d’ore. Si parla del tempo, del governo, della buca davanti al municipio e soprattutto di come il Comune avrebbe dovuto sistemarla “già da almeno tre mesi”. Poi si riparte. Un giretto di controllo non può mancare. Si passa davanti ai lavori pubblici, si osservano gli operai, si valuta se stanno lavorando davvero o se stanno semplicemente “facendo presenza”.

E, naturalmente, si controlla che la buca denunciata il giorno prima sia stata sistemata. Ma il momento più delicato arriva dopo. Eccoli comparire davanti agli annunci mortuari, messi di prima mattina dall’attacchino. È una tappa irrinunciabile, quasi un appuntamento istituzionale. Si legge il nome, si guarda l’età e, soprattutto, si fa rapidamente il calcolo. Ottantasei anni? “Eh, quello era vecchio”. Ottantadue? “Beh, alla fine…” Novantuno? “Quello sì che ha avuto una bella vita”. Ma se sul manifesto compare un settantacinquenne, cala il silenzio. Settantaquattro? Qualche sopracciglio si alza. Sessantotto? A quel punto parte l’indagine. “Era malato da tempo”. “Si vedeva che non stava bene”.

“Era molto dimagrito”. “Fumava”. “Beveva”.E soprattutto arriva la frase liberatoria: “Io, mai fumato”. È qui che l’umarel tira un piccolo sospiro di sollievo. Non è gioia, naturalmente. Ci mancherebbe. È più che altro la soddisfazione di aver superato anche quella giornata nella classifica. La gara con la morte comincia così, ogni mattina, con la speranza di ritrovarsi il giorno dopo davanti allo stesso bar, alla stessa buca e, possibilmente, allo stesso manifesto. Un po’ triste? Forse. Ma è così. Poi ci sono quelli che, nonostante l’età, non si arrendono. Quelli che continuano a fare i giovani e il giorno dopo raccontano agli amici le avventure della sera precedente. “Dove siete stati?” “Abbiamo fatto tardi”.

Quanto tardi? Le undici e mezza. Ma raccontata al bar diventa quasi l’alba. E una cena fuori si trasforma in una notte brava. Un bicchiere di vino diventa una serata movimentata. Una passeggiata dopo cena assume i contorni di una spedizione alpinistica. Gli amici ascoltano con una certa invidia, annuiscono e pensano che, forse, quella sera potrebbero provarci anche loro. Poi, certo, ogni tanto qualcuno esagera. Qualcuno viene stroncato da quella fatica ingenerosa di quella pillola azzurra che gli aveva riconsegnato la speranza. Ma ci vuole coraggio.

Anzi, forse più coraggio degli amici che il giorno dopo camminano in punta di piedi, parlano sottovoce e guardano il manifesto con una domanda che nessuno pronuncia. “Quanti anni aveva?” Perché Caronte è sempre lì. Non ha fretta, ma non si dimentica di nessuno. E quando arriva, non guarda se hai fatto il bravo, se hai pagato le tasse o se hai finalmente fatto sistemare quella maledetta buca. Ti presenta semplicemente il conto.

E allora arriva la frase che dà il titolo a questa storia. Pareva tanto giovane. Ma giovane non era. O almeno non lo era più per affrontare sfrontatamente il destino, sempre pronto a presentarti il conto. E allora ci piace pensare che, giovani o meno giovani, soprattutto riferendomi alla terza e alla quarta età, ognuno di noi, quando nasce, abbia già un orologio del tempo incorporato. Ognuno il suo. Il problema è che nessuno ci dice dove sia nascosta la batteria. E soprattutto quanto duri. Forse dovrebbero impedire ai manifesti mortuari di apparire. Così nessuno potrebbe fare confronti, calcoli e classifiche. Nessuno potrebbe dire che quello aveva dieci anni più di lui e quindi, per quella mattina, era salvo. Perché spesso il defunto sembra più giovane soltanto per merito della fotografia.

Magari ha settantotto anni, ma sul manifesto c’è la fotografia del diploma. E allora eccolo lì, sorridente, con i capelli folti, la camicia stirata e vent’anni appena compiuti. Una fotografia scelta dai parenti con amore, certo. Ma anche con un pizzico di strategia. Perché nessuno vuole mettere sul manifesto la foto di quando, l’anno prima, il poveretto era stato immortalato al supermercato con i capelli spettinati, la mascherina sotto il naso e il carrello pieno di offerte tre per due. Oggi, rispetto a ieri, non è cambiato nulla. Avete mai visto le fotografie dei profili social? Siamo tutti giovani. C’è chi usa ancora una fotografia di quindici anni fa. Lo incontri per strada, lo guardi, lo riguardi e pensi: “Ma questo chi è?” Poi lui ti saluta.

E tu capisci. “Ah, sei tu!” “Certo che sono io “Scusa, non ti avevo riconosciuto”. “È la foto”. “Eh, sì. Parevi tanto giovane”. E forse è proprio questa la nostra ultima grande illusione: non cercare di fermare il tempo, ma almeno riuscire a scegliere la fotografia con cui farci ricordare. Perché alla fine l’umarel davanti al manifesto, il pensionato davanti allo specchio e l’utente davanti al proprio profilo social fanno tutti la stessa cosa. Controllano quanti anni abbiamo. E fanno finta di non accorgersi di quanti ne sono passati.