Dicevano gli indiani: “Quando l’ultimo albero sarà abbattuto e l’ultimo fiume avvelenato, e l’ultimo pesce pescato, ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro”.
Favole? Per i cinici e i razionali esistono i dati. Proviamo a tradurre in numeri le leggende indiane: hai fatto la spesa, stai tornando a casa con tre sacchetti pieni di cibo, ma prima di arrivare ti fermi e ne getti uno nel bidone dell’immondizia.
Assurdo? No: è esattamente ciò che tutti noi facciamo oggi.
Circa il 40% di tutto il cibo prodotto al mondo non viene mangiato. E questo mentre 800 milioni di persone hanno fame, fame vera. E 17.000 bambini muoiono di fame ogni giorno.
Ogni santo giorno.
Se crescita demografica e sviluppo economico continueranno al ritmo attuale, entro il 2050 bisognerà produrre 53 milioni di tonnellate di cibo in più, all’anno. Per renderlo possibile dovremmo entro i prossimi 30 anni riconvertire in terre coltivabili altri 442 milioni di ettari di foreste e distese erbose: un’area più grande dell’India. Il processo produrrà un’ulteriore emissione di 80 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, circa 15 volte le emissioni dell’intera produzione americana del 2019.
I tecnici dicono che buttare le lasagne avanzate provoca molte più emissioni di un solo pomodoro marcio mai spostato dal suo campo.
Ogni anno 2,7 miliardi di tonnellate di cibo si perdono nelle fasi di produzione, distribuzione e consumo: tanto quanto basta a riempire 2860 cassonetti condominiali al secondo.
Senza mutare tendenza, si calcola che entro il 2050 le perdite aumenteranno a 3741 cassonetti al secondo.
Ogni minuto in tutte le case del mondo si spreca tanta carne quanto 65 mucche intere.
Senza cambiare comportamento, le perdite aumenteranno a 82 mucche al minuto entro il 2050.
Nei paesi in via di sviluppo e a basso reddito, gran parte del cibo si disperde ancora prima di arrivare sul mercato, spesso per tecniche di conservazione e trasporto obsolete o antigieniche.
Nei paesi a più alto reddito, invece, gran parte degli sprechi si ha alla fine della filiera alimentare, cioè nei punti vendita e sulle tavole.
Basterebbe forse riflettere su cosa e quanto compriamo. Dovremmo acquistare soltanto ciò che davvero mangeremo, e mangiare davvero ciò che abbiamo comprato.
Piuttosto che accumulare scorte esagerate di prodotti deperibili, comprarne le giuste quantità riduce inevitabilmente gli sprechi.
Se per cena cuciniamo troppo, non è reato conservare gli correttamente gli avanzi per consumarli in altre occasioni, e non lo è neanche condividerli con i vicini: cosa che contribuirebbe anche a rafforzare i legami di comunità.
Doppia utopia, che magari solo rileggendo i dati ci apparirà non più tanto campata per aria, ma unica soluzione per continuare a campare.
Del resto nel 1968 Bob Kennedy non sbagliava nell’ammonirci che il PIL è un ottimo strumento, che misura tutto tranne ciò che rende la vita davvero degna di essere vissuta.
Iniziare con l’evitare gli sprechi alimentari sarebbe un bel modo di misurare almeno la nostra intelligenza.
Più intelligenza, meno spreco: la sola equazione valida del futuro