Cronaca

Socialismo senza frontiere: un italiano nel PSOE di Vallecas

Mi sono sempre chiesto se Vallecas si scriva con la “c” o con la “k”, ossia Vallekas: la verità è che, girando per le strade del quartiere operaio di Madrid, le due versioni si mescolano fino a diventare una cosa sola. Nella curva degli ultrà del Rayo Vallecano, i Bukaneros, dove la voce ti va via dietro a una coltre di fumogeni e al ritmo assatanato dei tamburi dei pirati biancorossi, la “k” si impossessa di tutto, a volte persino degli accendini. Se ne vedono molti, in vendita nelle tabaccherie di quartiere; ne ho uno anch’io e lo conservo gelosamente: vi sono impresse le iniziali del quartiere che, così, diventa VK. Una sera, mentre ero a prendere una birra con un amico della Cofradía Marinera, mi è stato spiegato che, probabilmente, la versione con la “k” deriva dalla leggenda della Valle del Kas, della quale si tramandano diverse e interessanti versioni. Tra le più fantasiose e avvincenti, me n’è rimasta impressa una: se non erro, quella di una valle attraversata secoli orsono da un misterioso fiume, chiamato Kas, che rendeva fertile il terreno e la cui origine si perdeva nella notte dei tempi. Per me, che sono romano di nascita, era come sentire una sorta di rievocazione in salsa madrilena del mito del fiume Tevere e di Romolo e Remo: non sai mai quanto ci sia di vero, ma ci credi comunque. In più, la birra e un buon sigaro aiutavano parecchio a rendere sempre più eccitante ogni racconto sul “barrio obrero” (quartiere operaio) di Madrid.
A questo punto, però, vi starete chiedendo cosa sia la Cofradía Marinera. Potremmo definire una cofradía laica come l’equivalente di un nostro comitato di quartiere, intento ovviamente a occuparsi del benessere del vicinato; nel caso specifico, la Confraternita Marinara vallecana è nota ai più per l’organizzazione dell’annuale Battaglia Navale di metà luglio, che culmina quasi in anarchia davanti allo stadio del Rayo Vallecano. Un intero quartiere scende in strada per tirare secchiate d’acqua gelata a chiunque: praticamente è quello che noi chiameremmo gavettone. Tuttavia a Vallekas anche il gavettone assume un significato satirico, sociale, identitario e politico. Perché puoi essere operaio, impiegato, sacerdote o top manager ma, quando sei zuppo d’acqua gelata che ti è stata lanciata addosso senza pietà, sei solo uno dei tanti che sta dando allegramente vita al quartiere, qualunque sia la tua origine o il tuo ceto. Perché Vallekas è un “puerto de mar”, ossia un porto di mare: aperto, irriverente, anticonformista e pungente verso il potere. Vallekas accoglie tutti e, se deve schierarsi e mettersi in trincea, lo fa sempre a schiena dritta e in favore del più debole. È stato proprio durante una festa di quartiere che ho conosciuto la maggior parte di coloro che sarebbero poi divenuti compagni di militanza politica: la mitica Agrupación del PSOE di Puente de Vallecas, la cui sede è la storica Casa del Pueblo di Calle Concordia.
Da lì hanno preso avvio i miei due anni di militanza nel Partito Socialista Obrero Español che mi hanno portato a partecipare attivamente a tre campagne elettorali: le amministrative locali di Madrid, le politiche nazionali e infine il più recente rinnovo del Parlamento europeo. Sebbene come militante le abbia sostenute tutte, purtroppo come cittadino italiano ho potuto votare soltanto alle amministrative e alle europee (in quest’ultimo caso esercitando, da elettore comunitario, l’opzione per il voto a favore dei candidati spettanti alla Spagna) ma non alle nazionali: un’ulteriore conferma del fatto che, a più di trent’anni dal Trattato di Maastricht, la cittadinanza europea resta un’idea bellissima ma ancora incompiuta. Ho assistito ad almeno tre meeting ai quali hanno preso parola l’attuale Premier Pedro Sánchez e l’ex Premier Luis Zapatero: il carisma di quest’ultimo è stato determinante per risollevare il morale dei socialisti spagnoli nei momenti politicamente più difficili vissuti da Sánchez negli ultimi due anni. Quello che mi ha più colpito, però, non è stato tanto vedere il senso di attaccamento dei militanti al proprio leader, soprattutto nei periodi più critici o dopo una pesante sconfitta elettorale; quello che ho veramente trovato politicamente romantico è stato vedere il senso di appartenenza della militanza di base, che non vede nel partito solo un comitato elettorale ma un punto di riferimento nei quartieri durante tutto l’anno. Ogni settimana si riceve una mail, diretta a tutti i militanti, con allegata l’agenda delle attività di tutte le sezioni della propria città. In poche parole, un invito costante alla cittadinanza a essere politicamente attiva e partecipe: quello che, purtroppo, non si vede più da tempo in Italia. In tal senso ho trovato illuminante la frase utilizzata dal direttore Giada Fazzalari nell’articolo del 22 marzo scorso, intitolato “Tornare ai partiti”, dove letteralmente si diceva: “i partiti possono e devono tornare ad acquisire centralità e riconquistare il proprio ruolo sociale, politico e culturale”.
Entrando per la prima volta nella sede del PSOE di Puente di Vallecas, mi sono subito reso conto dell’odore acre di colla e di manifesti appena stampati: può apparire un’immagine poco gourmet, ma vi garantisco che l’odore della colla è, per un militante, come il tartufo per un bracco. Ci si fa il naso e lo si memorizza: quando lo si ritrova, ci si sente improvvisamente nel proprio habitat. Mi è parsa come una vecchia sezione di partito in stile anni ’90 e ancora perfettamente arzilla e funzionante; mentre in Italia l’idea delle sezioni di partito è ormai relegata, nella più rosea delle ipotesi, a memoria collettiva o folklore di un qualcosa che è passato inesorabilmente a miglior vita. Il volantinaggio, o “reparto” come si dice in spagnolo, nei quartieri più periferici di Madrid è ancora un modo per stare tra la gente e con la gente: per quel che mi riguarda, è stato anche utile per perfezionare la lingua. Arrivati a questo punto vi starete chiedendo come si vota in Spagna. È molto semplice: ci si presenta nel seggio elettorale con il proprio certificato di iscrizione nel censo provinciale di competenza. Nel mio caso ho votato nella palestra di una scuola vicino casa. Non ci sono cabine elettorali: si vota praticamente tutti insieme ma, per chi vuole riservatezza, c’è sempre allestito un piccolo spazio normalmente separato da una tendina. Su un enorme tavolo ci sono posizionate le schede prestampate di ogni partito con i nomi dei propri candidati democraticamente prescelti per essere in lista: è sufficiente prendere la scheda del partito che si vuol votare e, senza dover scrivere nulla di propria mano, inserirla in un’anonima busta da lettere che viene fornita con le schede. Una volta chiusa la busta, ci si reca al tavolo del presidente del seggio per il riconoscimento tramite documento: lì c’è una teca di plastica trasparente, all’interno della quale andrà a finire la busta. Una modalità di voto sicura: non possono esserci né schede bianche né schede nulle. Bisogna solo avere l’accortezza di non inserire più di una scheda nella propria busta.

 

Simone Sperduto