Pensato come fosse una clessidra – ossia con una quarta di copertina che, girando il volume al contrario, diventa a sua volta una copertina – il libro a doppio titolo “Con la schiena dritta” e “Il tempo della memoria” (pubblicato in prima edizione nel settembre 2025 da Marotta&Cafiero) non è solo un tributo alla memoria del giovane cronista Giancarlo Siani, nel 40° anniversario del suo barbaro assassinio, avvenuto per mano della camorra a Napoli, in quel tragico 23 settembre 1985; il volume è il punto di contatto e di continuità tra chi non c’è più e chi, in questi anni, non si è arreso all’idea che la camorra fosse invincibile: la camorra è un cancro della società e, come ogni male anche molto brutto, deve essere combattuta tenacemente. Per farlo, però, servono gli anticorpi di una società civile informata, indignata, e pronta a schierarsi dalla parte dei giusti: dalla parte dei tanti Giancarlo Siani che, quotidianamente, continuano ad agire con la schiena dritta, con l’ambizione di ricondurre nel solco della rettitudine realtà spesso degradate, ad ogni latitudine. La stessa casa editrice Marotta&Cafiero, giovane, indipendente e orgogliosamente Made in Scampia – come si legge nel suo stesso sito web – si è distinta in questi anni per l’impegno nel sociale e nella legalità: in particolare, in una delle periferie notoriamente più difficili del territorio di Napoli. Il loro motto è “dove prima si vendeva droga, oggi si spacciano libri”.
Il volume contiene gli articoli di Giancarlo Siani, nel lato intitolato “Con la schiena dritta”, ed i contributi degli ‘amici di Giancarlo’, nel lato intitolato “Il tempo della memoria”: il libro è stato presentato in occasione della Fiera del Libro di Roma, “Più libri più liberi”, presso il centro congressi La Nuvola. All’evento hanno presenziato Paolo e Gianmario Siani, rispettivamente fratello e nipote di Giancarlo; Gianmario è anche presidente della Fondazione Giancarlo Siani. Tra gli scritti di Giancarlo ci sono diversi articoli pubblicati dalle riviste “Il lavoro nel sud” e “L’osservatorio sulla camorra”, nonché naturalmente sulle colonne del quotidiano “Il Mattino” per il quale Giancarlo collaborava come corrispondente dall’hinterland vesuviano, in particolare da Torre Annunziata. Sono anni difficili, i primi anni ’80, quelli nei quali Giancarlo Siani muove i primi passi nel mondo del giornalismo: in Campania sono anni di faide per il controllo del territorio da parte delle diverse fazioni camorristiche, che fanno riferimento a due grandi schieramenti in lotta tra loro. La “Nuova Camorra Organizzata” di Raffaele Cutolo viene messa poco alla volta all’angolo dall’ascesa del potente cartello chiamato “Nuova Famiglia”, formato da clan di spicco quali Gionta, Nuvoletta, Alfieri e Bardellino: anche tra le famiglie di questo stesso cartello c’era competizione interna per la spartizione dei territori.
Giancarlo parlava nei suoi articoli di ciò che accadeva nel quotidiano, in territori assillati da una serie di problemi: il racket e la camorra in primis; ma anche i danni causati dal terremoto in Irpinia, l’incapacità di molte istituzioni di dare risposte ai bisogni dei cittadini, la piaga delle tossicodipendenze. “Un ottimo terreno per reclutare disoccupati e trasformarli in killer”, scriveva in un articolo Giancarlo parlando nello specifico di Torre Annunziata; il giovane cronista non mancava però di sottolineare anche aspetti positivi legati a quella parte sana di società civile dell’hinterland vesuviano, che non si voltava dall’altra parte e che scendeva in campo per provare a “dare una mano”: ad esempio nel contrasto alle tossicodipendenze e nel tentativo di recuperare i giovani caduti preda delle droghe, un aiuto concreto a quelle famiglie che spesso si sentivano abbandonate dalle istituzioni. Giancarlo risaltava la mobilitazione delle “madri coraggio” dei Quartieri Spagnoli di Napoli e menzionava episodi eclatanti, quanto simbolici, come la rivolta dei tossicodipendenti di Ercolano che erano arrivati persino a denunciare i loro fornitori.
L’ultimo articolo firmato da Giancarlo è del 22 settembre 1985, un giorno prima di essere ucciso dalla camorra. Riguarda una storia di “muschilli”: i ragazzini utilizzati come corrieri per consegnare la droga. “I muschilli sono agili, si spostano da un quartiere all’altro e soprattutto non danno nell’occhio, sfuggono al controllo di Polizia e Carabinieri. Ma soprattutto sono minorenni: anche se trovati con la bustina d’eroina in tasca non sono imputabili”, scriveva Giancarlo. Quanto bisogna essere coraggiosi per lavorare come cronista in un tale contesto? Quanto coraggio serve per raccontare anche i retroscena di un evento come la strage di Sant’Alessandro a Torre Annunziata, quella del 26 agosto 1984, con otto morti e sette feriti? E quanto altro coraggio serve per mettere nero su bianco, con lungimiranza e ampia capacità d’analisi, i possibili nuovi scenari nella geografia della camorra dopo l’arresto, a Marano, del boss latitante Valentino Gionta nel giugno 1985? Secondo il giornalista Vittorio Di Trapani (presidente FNSI), relatore alla presentazione del volume, Giancarlo “era un giornalista normale”: volendo così intendere che, essere ligio al proprio dovere professionale, non dovrebbe essere considerato come un atto di coraggio, bensì come un esempio di normalità. Allo stesso tempo, Di Trapani ha messo in guardia dal pericolo derivante dall’isolamento e dalla delegittimazione nei confronti di quanti fanno giornalismo d’inchiesta; non sono mancati i riferimenti a questioni attualissime come le minacce, che costringono diversi colleghi a vivere sotto scorta, il precariato e le cosiddette querele bavaglio: ostacoli concreti alla libera informazione.
Della bontà del metodo di lavoro adottato da Giancarlo ha parlato anche il PM Armando D’Alterio, il cui impegno investigativo è stato molto importante. Proprio nell’estratto della richiesta di emissione di ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Giancarlo Siani – estratto contenuto nella parte del libro scritta dagli ‘amici di Giancarlo’ – il magistrato sottolineava che “il giornalismo d’inchiesta poggia su un impulso di giustizia e verità che si propone anche uno scopo di crescita morale e sociale”. D’Alterio ha inoltre contribuito al ricordo di Giancarlo con un breve testo, contenuto nel volume, nel quale spiega come il messaggio di questo giovane cronista ucciso dalla camorra continui ad essere attualissimo e debba ispirare le nuove generazioni. L’attore e regista Alessandro Siani, invece, nel suo contributo ha voluto rimarcare l’aneddoto legato alla scelta del suo nome d’arte, o meglio del suo cognome. “Attraverso il cambio del mio cognome intraprendevo una scelta di campo. Chiamarsi Siani negli anni nelle faide, non era chiamarsi ‘Diego’ come Maradona”, scrive l’attore.
A margine della presentazione, Paolo e Gianmario Siani hanno risposto ad alcune nostre domande riguardanti soprattutto il lato umano di Giancarlo. “Il messaggio che viene lanciato da questo libro è quello di Giancarlo come un ragazzo normale che voleva solo fare il suo lavoro: era bravo e lo faceva bene”, ha spiegato il fratello Paolo ricordando che nel libro è possibile risalire anche alla playlist delle canzoni che ascoltava Giancarlo e tutto questo contribuisce ad avvicinare ancora di più questa figura alle giovani generazioni, affinché il messaggio del contrasto alla camorra possa radicarsi quanto più possibile. “Amava la musica, amava lo sport: voleva divertirsi e fare il giornalista”, ha aggiunto Paolo che, riferendosi all’iter lungo e difficile per raggiungere una verità processuale sull’omicidio del fratello, ha rimarcato come ci siano stati anche “depistaggi veri e propri che hanno ritardato molto l’arrivo della verità”. C’è quindi voluto tanto tempo per raggiungere l’obiettivo ma la famiglia non si è mai arresa perché “davanti a quella Mehari e al corpo di Giancarlo non potevo far finta di niente o arrendermi: dovevo lottare affinché lui avesse giustizia e non venisse dimenticato”, ha puntualizzato Paolo Siani che, stringendo il libro tra le mani, ha raccontato di provare ancora un senso di rabbia e di dolore nonostante siano passati tanti anni. “Era un ragazzo normale che amava la vita, sapeva parlare con tutti e aveva una grande capacità di riuscire a entrare in contatto con le persone”, ha invece aggiunto il nipote Gianmario. “Amava la musica, gli piacevano i concerti e leggeva libri anche molto impegnati. Allenava una squadra di pallavolo e amava il calcio: andava allo stadio a vedere il Napoli. Era un ragazzo come tutti noi”, ha proseguito Gianmario Siani che presiede la Fondazione intitolata a Giancarlo.
Speriamo, in conclusione, che anche questo articolo possa contribuire a tenere viva la memoria di questo valente cronista che, nella sua breve vita terrena, ha saputo incarnare ciò che Joseph Pulitzer ha reso eterno nel mettere per iscritto cosa debba intendersi con la parola giornalista. “Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato. Prende nota delle vele di passaggio e di tutte le piccole presenze, di qualche interesse, che punteggiano l’orizzonte quando c’è bel tempo. Riferisce di naufraghi alla deriva, che la nave può trarre in salvo. Scruta, attraverso la nebbia e la burrasca, per allertare sui pericoli incombenti”, illustrava Pulitzer nel suo saggio sul giornalismo. E Giancarlo Siani, di nebbie e burrasche, ne ha scrutate sicuramente molte.