Tra il 30 luglio e il 1° di agosto il Tesoro americano e la Banca Centrale del Giappone sono intervenuti sul mercato monetario vendendo euro per comprare yen con l’obiettivo di evitare un ulteriore indebolimento di questa moneta, già ai minimi da 40 anni.
Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti ci saranno sempre per il Giappone, confermando che “ Tokyo rappresenta un alleato strategico per Washington”. Un vero amico!!. Così come è amico dell’Europa e dell’euro. Potevano vendere dollari e invece hanno venduto euro senza preoccuparsi di avvisare la BCE che chiaramente non commenta. Come si dice a Bari “non è a me!”.
Un’amicizia che dura da 150 anni
È vero, questa è un’“amicizia sincera”, una partnership che , con qualche contrasto, tra il 1941 e le atomiche di Hiroshima e Nagasaki, dura dall’8 luglio 1853, quando l’Ammiraglio Perry arrivò nella baia di Edo (oggi Tokyo) con le sue potenti navi a vapore . Allora il Giappone aveva un accordo commerciale con ditte private olandesi, e Perry consegnò una lettera del presidente americano Millard Fillmore in cui si chiedeva l’apertura delle relazioni commerciali anche con gli Stati Uniti , minacciando ritorsioni militari in caso di rifiuto. Perry lasciò il Giappone promettendo di tornare l’anno successivo per ricevere una risposta.
Nel febbraio del 1854 Perry tornò con una flotta ancora più grande. Lo Shogun comprese che nulla poteva una nazione che basava la sua forza militare sulla “katana” contro i cannoni delle navi da guerra americane e cedette a firmare un accordo, la Convenzione di Kanagawa, aprendo due porti agli Stati Uniti. L’evento pose fine al “sakoku” , l’isolamento durato oltre due secoli, e al sistema sociale, economico e amministrativo di stampo feudale che vigeva da decine di secoli.
Il Giappone si modernizzò rapidamente sul modello occidentale per diventare una potenza industriale. Un pezzo di quel particolare periodo della storia del Giappone , ovviamente romanzato dagli americani, lo si trova nel film “L’ultimo samurai”. Tanto per contestualizzare storicamente gli eventi coloniali del medesimo periodo, gli inglesi, per conto di un’azienda privata, la Compagnia delle Indie, scatenarono la prima guerra dell’oppio contro i cinesi che non volevano più permettere la vendita dell’oppio, inglese, in Cina. Pessime persone i cinesi grande democrazia dell’oppio gli inglesi.
Le cose andarono più o meno lisce fino a quando in Giappone, dopo la vittoria nella guerra con la Russia del 1905, prevalse quello che noi ora chiamiamo “l’apparato militare industriale” che chiedeva spazio e risorse per un impero giapponese così come era per Gran Bretagna, Francia, Germania ecc. Questa politica si scontrò sempre di più con gli interessi americani in Estremo Oriente allontanandosi sempre di più dall’ “l’abbraccio fraterno” degli americani per avvicinarsi a inglesi e soprattutto agli olandesi che detenevano l’Indonesia che produceva petrolio. Per frenare l’espansionismo nipponico dal ’38 gli USA imposero, come ora con l’Iran, dapprima restrizioni di materiali industriali e dal ’41 decretarono l’embargo sulle esportazioni di petrolio che rappresentavano il 78% delle importazioni giapponesi.
La narrazione dei giapponesi cattivi che attaccarono Pearl Harbor e degli americani buoni che sganciarono le atomiche pose fine alla guerra soprattutto perché i giapponesi temevano l’invasione da nord da parte dei sovietici su espressa richiesta di Roosevelt. L’abbraccio fraterno degli americani continuò con l’occupazione del Giappone fino al 28 aprile 1952 non dopo avere imposto al Giappone una benevola costituzione pacifista che all’Art. 9 “Vieta la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali”.
Trasformato l’apparato industriale da militare in civile, il Giappone esplose come una potenza economica con i suoi prodotti che invasero i mercati di tutto il mondo soprattutto degli Stati Uniti che ne compresero la minaccia al loro sistema produttivo. Al Congresso montò una protesta anti-giapponese che si diffuse in tutti gli Stati Uniti, costringendo il Giappone a firmare nel 1985, un’altra resa, l’Accordo dell’Hotel Plaza che spinse al rialzo il valore di valute come lo yen giapponese e il marco tedesco e permise una riduzione del valore del dollaro USA per rendere i prodotti degli Stati Uniti più competitivi sui mercati esteri. Con la resa del Plaza gli Stati Uniti, almeno per un ventennio, ridussero gli squilibri commerciali, diminuirono il forte deficit commerciale nei confronti soprattutto di Giappone e Germania.
In Giappone, per converso, la forte rivalutazione dello yen danneggiò le esportazioni nipponiche. Per reazione la Banca Centrale Giapponese abbassò i tassi di interesse allo 0%, generando una grandissima bolla speculativa finanziaria e immobiliare il cui crollo aprì la strada alla stagnazione economica che continua ancora adesso. Significative le foto della firma dell’accordo con gli americani che ridono e giapponesi e tedeschi molto meno contenti. Gli Stati Uniti pretesero di “aggiustarsi la gobba” a spese delle nazioni alleate ma sconfitte nella guerra.
Effetto distorsivo dei tassi a zero in Giappone
Da quell’accordo il Giappone, pur continuando a essere la terza/quarta potenza industriale del pianeta, non si è più ripreso e ha finanziato la crescita con un debito pubblico sempre maggiore , legato anche all’invecchiamento della popolazione, che a fine anno raggiungerà il 250% del PIL per uno stock di 7.300 miliardi di dollari. Un debito che ha due particolarità: al 90% è detenuto da banche, istituzioni e privati giapponesi a cui la Banca Centrale paga lo 0% di interessi passivi.
La seconda, che il Giappone è uno dei maggiori detentori di titoli di Stato americani: circa 1200 miliardi di dollari. I motivi che sono alla base di questo enorme possesso di titoli americani, a fronte di un abnorme debito pubblico, stanno proprio alla base della crisi di questi giorni che ha costretto Bessent a intervenire. Per oltre 20 anni le banche giapponesi hanno prestato denaro ad aziende e privati, al tasso dello 0%, che invece di essere investito nell’economia reale è stato investito in titoli del Tesoro americano che rendevano il 3/4%, ora il 5%.
Questo lento ma costante cambiamento degli investitori giapponesi ha modificato sia il sistema produttivo che il rapporto fra le aziende e la forza lavoro. La leggendaria “ciotola d’oro” del posto fisso mal pagato ma a vita non esiste più. Oramai il Giappone non ha più un’economia all’avanguardia e non ha nemmeno la flessibilità intellettuale, operativa e produttiva dei cinesi. Non esiste una Intelligenza Artificiale giapponese e anche se la Toyota un paio di volte all’anno proclama di avere realizzato batterie agli ioni solidi di litio o motori a idrogeno restano sempre sugli ottimi ma poco moderni motori ibridi.
Veniamo all’ultimo abbraccio. L’aumento dell’inflazione legata soprattutto all’aumento del costo del petrolio che proviene principalmente da Russia e Iran ha costretto la Banca Centrale del Giappone ad alzare i tassi di interesse per frenare la svalutazione dello yen. Come quando la casa va a fuoco, le prime cose di cui ci si priva sono i beni superflui. Così, Bessent è stato costretto a intervenire per evitare che il Giappone svendesse i titoli del Tesoro statunitensi, il che avrebbe fatto aumentare i tassi di interesse dei mutui e delle imprese in America, ma anche le azioni e le obbligazioni di aziende americane, con sostanziali pericoli per la bolla di Wall Street.
Il monetarista Antony Doyle : “Se lo yen crolla, il Giappone deve difenderlo e il modo più rapido è vendere le riserve costituite soprattutto di titoli del Tesoro americano. Così che un problema del Giappone si trasforma in uno per gli Stati Uniti”. È servito l’intervento di Bessent?. No. Lo Yen ha ripreso a svalutarsi. Ma noi Europa che centriamo?. Centriamo perché fra i titoli che per primi possono essere venduti perché doppiamente superflui sono sia per giapponesi che per americani sono proprio quelli in euro con buona pace per i nazionalisti che riprenderanno a fare campagna contro la Comunità Europea e l’euro senza i quali i tassi passivi dei debiti nazionali sarebbero già di 3 o 4 punti più alti di quelli attuali. Valido sempre il detto : “dai nemici mi guardi Dio che dagli amici , soprattutto se americani, mi guardo io”.
Fulvio Rapanà