L’analisi dei trend contabili ed epidemiologici del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) delinea un quadro macroeconomico e istituzionale caratterizzato da evidenti criticità strutturali. I dati diffusi dall’Osservatorio GIMBE, integrati dai rapporti ISTAT, della Ragioneria Generale dello Stato e del Censis, evidenziano un progressivo e sistematico depauperamento del perimetro pubblico della tutela della salute.
Tale dinamica non si traduce soltanto in una stagnazione dell’offerta pubblica di prestazioni, ma sta determinando una rapida espansione del settore privato e, nello specifico, della sanità totalmente non convenzionata, pagata direttamente dai cittadini (out-of-pocket). Si assiste così al passaggio de facto da un modello universalistico puro, di stampo Beveridge, a un modello polarizzato e duale.
La crescita della spesa out-of-pocket, che ha superato la soglia dei 40 miliardi di euro annui, di cui oltre 8 miliardi destinati direttamente a erogatori privati non accreditati né convenzionati, non rappresenta il riflesso di una libera allocazione delle preferenze da parte del consumatore sanitario.
Al contrario, essa costituisce una spesa difensiva e coatta, determinata dall’incapacità dell’offerta pubblica di soddisfare i LEA (Livelli essenziali di assistenza) nei tempi e con le modalità previste dalla normativa sulle liste d’attesa. Il ricorso a strutture private non convenzionate evidenzia una rottura del meccanismo di governance pubblica: la domanda di assistenza, inevasa dalle strutture pubbliche e da quelle private accreditate prive di budget operativo residuo, viene assorbita dal mercato deregolamentato, al quale si accede direttamente mediante il pagamento integrale della prestazione.
Sul fronte dell’offerta di capitale umano, il fenomeno del brain drain dal settore pubblico verso il privato puro o verso l’estero risponde a dinamiche legate all’attrattività salariale e alla sostenibilità dei carichi di lavoro.
La contrazione delle dotazioni organiche delle Aziende sanitarie locali e ospedaliere, inasprita dai tetti di spesa per il personale e dai pensionamenti non compensati da adeguate politiche di turnover, ha indotto gli enti territoriali a ricorrere sistematicamente all’esternalizzazione dei servizi tramite cooperative e all’ingaggio di medici gettonisti.
Questo fenomeno, oltre a drenare risorse dal bilancio corrente del SSN verso costi intermedi caratterizzati da ricarichi particolarmente elevati, riduce l’efficienza clinico-organizzativa, frammenta i percorsi assistenziali e mina la continuità delle cure, essenziale per la gestione della cronicità e della multimorbilità.
Dal punto di vista dell’impatto economico-sociale e distributivo, le prospettive di medio e lungo termine mostrano indici di sostenibilità fortemente negativi.
La prevalenza del pagamento diretto dell’assistenza erode il ruolo progressivo della fiscalità generale nella redistribuzione del reddito. Il costo della malattia si sposta dal sistema redistributivo generale al singolo nucleo familiare, generando fenomeni regressivi che aumentano le disuguaglianze nell’accesso alla salute.
Più di 5,8 milioni di cittadini si trovano costretti a razionalizzare o a rinunciare del tutto all’accesso alle prestazioni diagnostiche, terapeutiche e di prevenzione secondaria a causa di vincoli di reddito.
L’accumulo di bisogni sanitari insoddisfatti si tradurrà inevitabilmente in un aggravamento delle patologie, con un conseguente aumento, nel lungo periodo, dei costi di ospedalizzazione e di assistenza ad alta intensità a carico dello stesso SSN.
L’involuzione verso un modello privatistico non convenzionato mina radicalmente i presupposti costituzionali sanciti dall’articolo 32, trasformando un diritto fondamentale e universale in un bene privato il cui godimento è vincolato alla capacità economica del singolo.
Sotto il profilo macrofiscale e della politica economica, la progressiva rinuncia dello Stato alla gestione diretta della filiera sanitaria non produce un risparmio aggregato per il sistema-Paese. Al contrario, genera un’inefficienza allocativa complessiva, poiché il potere d’acquisto individuale sul mercato sanitario è condizionato da asimmetrie informative strutturali e da difetti di concorrenza, che contribuiscono ad aumentare i prezzi delle prestazioni e a ridurre l’equità nell’accesso alle cure.
Di fronte a questo scenario, la posizione del Partito Socialista Italiano di Parma respinge la narrazione secondo cui il mercato privato non convenzionato potrebbe rappresentare una soluzione complementare e autosufficiente al sottodimensionamento del settore pubblico.
È indispensabile un’inversione di rotta programmatica: riallineare l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL alla media dei Paesi dell’Unione europea; superare gli anacronistici vincoli sui tetti di spesa per il personale sanitario, al fine di garantire un piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato; vincolare le risorse pubbliche al potenziamento delle infrastrutture della rete sanitaria territoriale e ospedaliera pubblica.
La difesa della sanità pubblica universale costituisce la precondizione per la tenuta della coesione sociale e per la salvaguardia dei principi democratici dell’uguaglianza e della cittadinanza sociale.
Michele Rignanese
Segretario Cittadino PSI Parma